Il rebus Alitalia e il caso Linate-Malpensa

Nel caso varesino nel 2007 transitavano 24 milioni di persone, oggi solo 18. Ogni passeggero spende nello scalo varesino 20 euro, in quello milanese 1,5. Ma il vero problema è il decreto Bersani-bis. Lupi ai sindacati: o Etihad o si chiude. Camusso: no a nuovi tagli.

L'amministratore delegato dell'Alitalia, Gabriele Del Torchio – Credits: Afp

Marco Cobianchi

-

Nel 2008, quando Alitalia passò nelle mani dei “patrioti” guidati da Roberto Colaninno (ancora oggi presidente) la compagnia di bandiera decise di abbandonare lo scalo di Malpensa facendo diventare Fiumicino l’hub dei voli internazionali. È la stessa identica richiesta che Etihad ha intenzione di avanzare oggi (a Malpensa ci sono ancora voli Alitalia) in cambio della sua partecipazione al capitale di Alitalia. Nel 2008 la decisione di Alitalia provocò un tracollo dei voli, del traffico passeggeri e del lavoro a terra mettendo a rischio addirittura la sopravvivenza dello scalo. Ma che cosa succederebbe oggi? Malpensa andrebbe di nuovo in crisi nel caso in cui la richiesta di Etihad fosse accolta? Qualche numero aiuta a capire.

Nel 2007, ultimo anno di presenza dell’Alitalia, a Malpensa circolavano 24 milioni di passeggeri l'anno dei quali 10 milioni “prodotti” dal traffico dei voli Alitalia. Oggi Malpensa ha 18 milioni di transiti grazie al fatto che da allora alla fine del 2013 la Sea è riuscita a convincere altri vettori internazionali a usare le piste varesine generando, così, 4 milioni di viaggiatori e questo significa che oggi dei 18 milioni di transiti totali, Alitalia pesa solo per 1,3, circa il 7%. Se nel 2007 la compagnia di bandiera era titolare di 1200 voli settimanali in arrivo e in partenza dallo scalo varesino, oggi ne compie appena 140.

Ciò significa che se anche Alitalia-Etihad decidesse di abbandonare completamente Malpensa il danno economico per la società Sea sarebbe decisamente affrontabile e lo scalo avrebbe danni molto limitati.

Il problema, però, è Linate. L’idea di Etihad è quella di spostare tutti i voli nazionali, per le capitali europee e alcune rotte internazionali sullo scalo cittadino di Milano. Il fatto è che il traffico di Linate è regolato da un decreto, il cosiddetto “Bersani bis” che limita la capacità di lavoro a 18 movimenti l’ora e, soprattutto, stabilisce che il "city airport" può essere usato solo per collegare Milano con le città italiane e le capitali europee. Nessun collegamento internazionale, insomma, come vorrebbe Etihad.

Se la compagnia aerea araba insistesse e ponesse l’abolizione del decreto Bersani-bis come condizione ostativa per il suo ingresso in Alitalia questo provocherebbe un vero e proprio caos nei cieli italiani. Il motivo è questo: sulla base di quella legge la Sea è riuscita ad attirare a Malpensa compagnie aeree che compiono voli verso città extra europee ed è riuscita a convincerle anche per il fatto che nessuna compagnia avrebbe potuto volare verso quelle destinazioni partendo dalla molto più comoda Linate. Ad esempio: la Turkish Airlines compie ogni settimana 3 voli verso Istanbul partendo da Malpensa. Se Etihad ottenesse la possibilità di volare a Istanbul partendo da Linate farebbe una micidiale concorrenza alla Turkish Airlines la quale, a questo punto, potrebbe ricorrere alle autorità europee che si troverebbero nella scomoda situazione di decidere tra l’apertura di Linate e il rispetto di patti scritti. Per capire il ginepraio al quale si andrebbe incontro basti dire che sono decine le compagnie aeree che hanno preso come base per i loro voli internazionali Malpensa e che, nel caso che Etihad fosse messa nelle condizioni di fargli concorrenza da Linate, potrebbero bussare alle porte di Bruxelles.

Dal punto di vista della Sea, la società che gestisce i due scali, la cosa migliore sarebbe lasciare tutto così com’è e continuare ad attirare vettori internazionali verso Malpensa dato che, ad esempio, lo scontrino medio di un passeggero in transito su Malpensa è di 20 euro mentre lo stesso passeggero che transita a Linate spende al massimo 1,5 euro ed è per questo che nel bilancio della Sea il business non legato direttamente a voli e atterraggi (“non aviation business”) vale il 40% del totale dei ricavi. Ecco perché, oltre al nodo degli esuberi e dell’entità degli investimenti, il punto critico di tutta l’operazione Etihad è la distribuzione dei voli tra il comodo scalo cittadino di Linate e il meno comodo, ma più redditizio scalo varesino.

Per quanto riguarda, appunto, gli esuberi, l'amministratore delegato Gabriele Del Torchio ha confermato che Etihad ha chiesto 2.200 persone in meno , ma il previsto incontro, che doveva tenersi oggi tra sindacati, il ministro dei Trasporti Lupi, Del Torchio stesso e il ministro del Lavoro Poletti per discutere delle modalità di gestione di questo problema, è slittato a domani. Tuttavia in serata il ministro Lupi ha detto chiaramente, rivolto ai sindacati che l'alternativa a Etihad è solo la chiusura, ovvero la scomparsa di Alitalia. Il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, ha replicato che "non si capisce quale sia il piano industriale" e che "ci sono sono strumenti per dividere il lavoro senza tirare fuori nessuno" dicendo risolutamente no a nuovi tagli. Luigi Angeletti della Uil ha invece spiegato che "non si fa una trattativa partendo da presunti risultati" e che quello di domani sarà un incontro "interlocutorio".

© Riproduzione Riservata

Leggi anche

Alitalia e i 2.200 esuberi del piano Etihad

"La ristrutturazione sarà dura e dolorosa", ha dichiarato l'amministratore delegato Gabriele Del Torchio. Gli arabi pronti a versare 560 milioni ma a caro prezzo

Alitalia dice sì a Etihad

L'azienda dà mandato all'amministratore delegato De Torchio a proseguire nelle trattative con il vettore arabo. Maroni: preoccupato per il futuro di Malpensa, ma Lupi non mi risponde. Il ministro: basta "allarmismi infondati".

Commenti