Rcs, il Corriere della Sera e la strana battaglia sulle azioni

Chi mette 56 milioni per prendersi l'11% di una società dove la Fiat detiene il 20%? Risposta semplice: solo qualcuno che vuole pescare nel torbido

La sede del Corriere della Sera a Milano (Credits: Carino / Imagoeconomica)

Sergio Luciano

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"Non di solo pane vive l'uomo ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”: sarebbe bello poter adattare il monito rivolto da Cristo a Satana al “giallo” sull'identità del (o dei) misterioso scalatore della Rcs. Ma non è così: chiunque abbia rastrellato ieri in Borsa i diritti inoptati dell'aumento di capitale da 400 milioni di euro in corso – pari a circa l'11% del capitale della società post-aumento - non punta alle parole, cioè al potere dell'informazione; ma punta al pane, cioè cerca di fare soldi.

Non vuole difendere la libertà di stampa, non mira al valore sociale e culturale del Corriere della Sera e del suo gruppo ma vuole semplicemente speculare infilandosi nella probabile battaglia borsistica che avrà luogo sul mercato tra la Fiat, che si è posta come “garante” della stabilità del controllo del gruppo, e Diego Della Valle che ne contesta il ruolo o qualsiasi altro soggetto che vorrà contrastare la marcia di Detroit sul quotidiano italiano.

Il valore delle parole, il potere dell'informazione sono, semmai i presupposti che distinguono Rcs, per ora salvandola, da qualsiasi altra azienda che avesse i conti nelle condizioni in cui li aveva la casa editrice prima dell'aumento di capitale e in cui rischia di averli anche dopo se non funzionerà il discusso piano industriale appena varato. “Noi non investiamo sulla carta stampata, solo sul digitale”, ha detto Giuseppe Vita, presidente del consiglio di sorveglianza del colosso editoriale tedesco Axel Springer, nello smentire le voci che individuavano in esso uno dei possibili, misteriosi scalatori di Rcs. È opportuno partire da questa frase per analizzare l'anomalia del fenomeno.

Investire oggi in un'azienda come Rcs, ancora fortemente incardinata nel business della carta, non è una scelta ovvia, perchè di ovvio c'è solo che la stampa in quanto tale, con la sua complessa e costosa filiera industriale e distributiva non va certamente incontro a tempi d'oro. Viceversa, che i marchi forti dell'informazione sopravvivranno alla crisi della carta è poco ma sicuro, è anzi un fenomeno già in atto, anche in Italia mai i quotidiani avevano avuto tanti abbonati all'edizione cartacea quanti ne hanno oggi a quella digitale, e la migrazione andrà avanti. Ma proprio per questo chi vuol fare solo business nell'editoria oggi non investe, come ha detto Vita, sulla carta. Semmai, con gli stessi soldi o anzi molti di meno, prova ad affermare marchi nuovi su digitale: il caso Huffington Post insegna.

E allora chi è che mette 56 milioni di euro per prendersi l'11% di una società dove la Fiat, che è pur sempre un colosso, detiene il 20% nella dichiarata intenzione di controllarla, l'alleato storico di Fiat Mediobanca detiene il 15%, e il pretendente ufficiale, antagonista di Fiat, cioè Diego Della Valle, si attesta pur sempre all'8,8%? Risposta semplice: solo qualcuno che vuole pescare nel torbido.

Possibile? Possibilissimo: è la stessa logica che ispirò i famosi “furbetti del quartierino”, Stefano Ricucci & C., che nel 2005 rastrellarono azioni Rcs fino a circa il 30% del capitale, insidiando la posizione di controllo del patto di sindacato e costringendo il “sistema”, il cosiddetto “salotto buono”, a intervenire come il Settimo Cavalleggeri rilevando quelle quote a prezzi altissimi, che non si sono mai più rivisti in Borsa. Prezzi ai quali due imprenditori bravissimi nei loro settori, come appunto Della Valle e il compianto Giuseppe Rotelli, hanno rimesso l'osso del collo, perdendo una quantità di soldi tale che non riusciranno mai a recuperarla. Chi compra oggi lo fa dunque in una logica speculativa molto spericolata, che difficilmente stavolta sarà premiata dai fatti. Fa testo ciò che è appena accaduto a La7, l'unico network televisivo nazionale andato sul mercato da vent'anni a questa parte, poiché Telecom l'ha voluta cedere: l'asta è andata deserta ed alla fine è stata comprata “con dote” dall'unico imprenditore che aveva il reale interesse industriale per farlo, essendo già coinvolto come concessionario di pubblicità nell'andamento dell'azienda...

In quest'ottica si spiegano le smentite piovute ieri sulle ipotesi più logiche che il mercato aveva avanzato circa l'identità degli scalatori. Oltre a Springer, ha smentito Clessidra, il fondo di private equity di Claudio Sposito che è appena intervenuto nella proprietà Pirelli; ha smentito Investindustrial, il fondo di Andrea Bonomi che controlla l'8,6% della Popolare di Milano; ha smentito Invest Corp, cioè il gruppo Murdoch, che controlla Sky; hanno smentito la stessa Fiat e lo stesso Della Valle, che per ora non hanno arrotondato le loro quote. Insomma: in queste condizioni storiche e di mercato investire nell'editoria è un azzardo per chiunque. Certo, diventare padroni del Corriere della Sera, un marchio che in quanto tale conserverà certamente anche in futuro un grande valore, può far gola a chiunque in termini di potere, ma oggi nessuno sa quanto costerà difendere questo potere nel corso della perdurante metamorfosi di questo business dalla dimensione cartacea a quella digitale.

Quindi restare e difendere, come ha scelto di fare Fiat, non è certo filantropia ed è anzi, semmai, una scelta “di potere”, ma comunque ha un suo senso perchè se non altro si parte da una posizione già forte. Scalare da zero per comprare e gestire, è pressochè insensato. Rastrellare per rivendere è un azzardo comprensibile. Ma rasenta la temerarietà.

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