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Quando Diego Della Valle criticava i "salotti buoni"

Con l'adesione all'opa Investindustrial su Rcs potrebbe trovarsi a sedere con i tanti che, secondo lui, mettono "in imbarazzo"

“Una volta Giovanni Bazoli determinava le sorti di Rcs, oggi non determina più nulla. Ci stancheremmo tutti alla sua età e oggi lui è stanco morto”. Era il 14 aprile 2014 quando Diego Della Valle tornava ad attaccare l’ “arzillo vecchietto” (suo il copyright, risalente a due anni prima) durante la puntata di Report dedicata alla crisi del gruppo editoriale che controlla Corriere della Sera e Gazzetta dello Sport.

Il ruolo di Bazoli
Da allora quella crisi si è ulteriormente aggravata, Rcs ha perso altri pezzi, accumulato altre perdite e rimane in cerca di un cavaliere bianco che porti in dote la liquidità necessaria a mettere la testa fuori dall’acqua. Ma qualcosa nei rapporti tra i due deve essere cambiato, se è vero come è vero che Bazoli, 86 anni il prossimo dicembre e regista non troppo occulto della contro-opa imbastita per far fallire l’offerta di Urbano Cairo, ha arruolato tra le fila della resistenza proprio l’imprenditore marchigiano.

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Della cordata della contro-opa Intesa, titolare del 5,1% di Rcs e banca di cui Bazoli è a lungo stato il dominus assoluto prima di diventarne presidente emerito un paio di mesi fa, non compare. Ma il fatto che l’istituto sia fra i principali finanziatori del gruppo Della Valle (uno dei tanti incroci pazzeschi di questa storia, sottolineato a suo tempo da un’altra battuta fulminante di Bazoli: “Se non fosse per noi i treni Italo starebbero ancora negli hangar”) suona quanto meno come un silenzio-assenso.

Quando Della Valle detestava i salotti buoni
Ma c’è di più. Perché in questa battaglia Della Valle si troverà a combattere fianco a fianco con buona parte di quei “salotti buoni” che fra il 2012 e il 2013, durante la sua ascesa nella compagine azionaria di Rcs, aveva contrastato con veemenza. Ecco qualche esempio, ripreso testualmente dalle agenzie di stampa dell’epoca: “Il mercato sta già facendo giustizia. Bisogna solo capire quando finirà questa sceneggiata dei patti di sindacato bloccanti” (novembre 2012).

Il riferimento era proprio alla catena di controllo rizzoliana, che all’epoca comprendeva fra gli altri Mediobanca e Pirelli: oggi entrambi sono compagni d’avventura di mister Tod’s e - in nome del mercato e una volta tanto ricorrendo a soldi freschi, per carità - puntano a costituire una nuova maggioranza con l’intento dichiarato di tenerne fuori il rottamatore del momento.

E ora?
Ancora: “Alcuni fanno finta di chiamarli salotti buoni anche se le persone per bene rimaste al loro interno ora sono in imbarazzo” (gennaio 2013). Chissà se succederà anche a lui, ora che dopo avere atteso ai margini per anni, accumulando minusvalenze sulla sua partecipazione in Rcs e senza mai incidere davvero sulla gestione aziendale, entrerà finalmente nella stanza dei bottoni. Dove troverà fra i soci paritari anche Unipol, altra realtà con la quale in passato non sono mancati i dissapori: qualcuno ricorda l’epopea delle scalate bancarie o le polemiche sull’acquisto dei terreni di Castello (proprietà Unipol via Fonsai) su cui sorgerà il centro sportivo della Fiorentina (proprietà Della Valle)?

Insomma, forse a vederci giusto per primo era stato Davide Serra, timoniere dell’hedge fund Algebris molto vicino al premier Matteo Renzi che pure, riferiscono i rumors, preferirebbe di gran lunga un Corriere governato dai contropattisti che non da Urbano Cairo, magari con Enrico Mentana nel ruolo del direttore critico. Un anno fa, a domanda precisa di un giornalista Serra rispose così: "Della Valle fa parte di quella stessa gerontocrazia del Paese che ha, ad esempio, criticato in passato Rcs. Gli ricordo che Alberto Nagel (numero uno di Mediobanca, ndr) ha soltanto un anno in più del primo ministro britannico e ne ha diversi meno di lui". Amen.

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