Fusione Publicis - Omnicom: tre ragioni per tenerla d’occhio

Tendenza all’oligopolio, globalizzazione e concorrenza extra-settore sono le forze che stanno ridisegnando il libero mercato

Da sinistra, il ceo di Omnicom Group John Wren e il ceo di Publicis Groupe Maurice Lévy posano per i fotografi alla Borsa di New York dopo l’annuncio della fusione (Emmanuel Dunand/AFP/Getty Images)

Stefania Medetti

-

La notizia della fusione fra Publicis e Omnicom, due pesi massimi della pubblicità, è arrivata del tutto inaspettata, ma a poche ore dall’ufficializzazione, le azioni della holding francese sono cresciute del 6,6% e quelle della controparte americana del 7,3%. Il matrimonio franco-americano, se non troverà ostacoli da parte dell’Antitrust, si tradurrà nella nascita di un colosso con una capitalizzazione prossima a 36 miliardi di dollari . In pratica: dal più importante accordo della storia della pubblicità, nascerà il nuovo numero uno , forte di un giro d’affari da 22,7 miliardi di dollari , 130mila dipendenti nel mondo, ben contento di rubare il podio  a Wpp Group di Sir Martin Sorrell. Perchè l’accordo, che mette insieme agenzie e clienti concorrenti (Publicis Groupe ha in portafoglio Coca-Cola, mentre Pepsi fa capo a Omnicom) è importante anche per i non addetti ai lavori? 

Innanzittutto, perchè l’operazione indica che la stagione del consolidamento non è finita: fusioni e acquisizioni proseguono e ridisegnano in direzione oligopolistica il volto del libero mercato. Il che significa meno competizione e prezzi più alti per i consumatori. Lo dimostra l’acquisizione da 2,3 miliardi di dollari della società di autonoleggio Dollar Thrifty da parte di Hertz, un settore ormai dominato da tre operatori principali. Ma lo si può vedere anche nell’evoluzione del trasporto aereo, con la fusione di United Airlines e Continental Airlines, diventato il gruppo più grande del mondo, davanti a Delta. E ancora: nell’ambito food & beverage, con il recente accordo AB InBev (già a sua volta frutto di una fusione) con Modelo, due fra i più grandi gruppi di un settore sempre più polarizzato . Per non parlare, in ambito tecnologico, delle cento e passa acquisizioni  che hanno fatto di Google la potenza quasi senza concorrenti che conosciamo.

La seconda ragione per cui tenere d’occhio l’operazione è perchè il consolidamento è uno dei termometri dell’economia. Il minimo storico dal 2009 registrato dalle acquisizioni nel terzo trimestre dello scorso anno ha fatto temere, riporta Business Week , un rallentamento dell’economia globale. L’accordo franco-americano, in particolare, è interprete della propensione del mercato alla globalizzazione. Lo scorso anno, 879 miliardi di dollari sono stati investiti in acquisizioni e fusioni che riguardavano più paesi, pari al 40% del totale, ovvero il dato più alto degli ultimi cinque anni.

Infine, la terza novità rappresentata dall’accordo Publicis-Omnicom chiama in causa la concorrenza extra-settore. Lévy e Wren, infatti, non fanno mistero del fatto che la nuova unione è anche un modo per affilare le armi e contare di più nel tentativo di combattere lo strapotere di player come Google, Facebook e Amazon, - quest’ultimo lanciato sul versante del contenuto  - che stanno progressivamente conquistando crescenti fette del business pubblicitario. Se Publicis e Omnicom riusciranno a non perdere i proprio clienti, a loro farà capo il 30% degli investimenti pubblicitari globali e addirittura il 40% in alcuni mercati. Una massa critica determinante nell’acquisto spazi media, nelle relative economie di scala e nello scenario della comunicazione globale. 

© Riproduzione Riservata

Leggi anche

Fiat-Chrysler, perchè la fusione è inevitabile

Salva il gruppo dalla crisi che lo sta colpendo in Europa e tiene buoni sindacati e investitori

Commenti