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Popolare di Vicenza, cosa può succedere ora, dopo il no alla Borsa

Con la mancata quotazione a Piazza Affari, ai vecchi soci è rimasto lo 0,67% e oltre il 99% è finito al Fondo Atlante

Niente sbarco a Piazza Affari. E' l'inevitabile epilogo dell'aumento di capitale da 1,5 miliardi di euro attuato dalla Banca Popolare di Vicenza, che ha raccolto ben poche richieste tra gli investitori. Per consentire alla società di approdare in borsa dopo la ricapitalizzazione, era infatti necessario che la quota di nuove azioni della banca sottoscritte dagli investitori superasse il 25% del totale, in modo da creare un flottante (cioè una “fetta” di capitale negoziabile sul listino) di una certa consistenza. E invece, le sottoscrizioni tra il pubblico degli investitori (compresi gli istituzionali) hanno superato di poco il 3% (o l'8% circa, se si tiene conto della parte sottoscritta da Mediobanca).


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Quasi il 92% dei titoli della banca di nuova emissione sono rimasti inoptati e sono finiti così in pancia a chi svolgeva il ruolo di garante dell'operazione. Si tratta di Atlante, il fondo gestito da Quaestio sgr e creato dal sistema bancario italiano (con la regia del governo) per mettere in sicurezza gli istituti di credito in difficoltà (prima fra tutte, com'è ovvio, la traballante Popolare di Vicenza). E così, visto che l'aumento di capitale è tecnicamente fallito e la società non andrà in borsa, anche quell'8% di titoli prenotato dagli investitori è stato annullato ed è finito al Fondo Atlante, oggi rimasto l'unico padrone della popolare vicentina. A dire il vero, c'è una minuscola quota residuale dello 0,67% che appartiene ancora ai vecchi soci della banca, i quali hanno visto pressoché annullato il peso della loro partecipazione, proprio per effetto dell'aumento di capitale e dell'arrivo di una montagna di nuovi titoli sul mercato.


La prossima assemblea

Dunque, sorge spontaneo un interrogativo: cosa potrà succedere adesso alla Popolare di Vicenza con il Fondo Atlante sulla plancia di comando? Il primo appuntamento significativo è in agenda a giugno, quando verrà convocata l'assemblea che deve eleggere il nuovo consiglio di amministrazione della banca. Successivamente, c'è la possibilità che venga riproposta una azione di responsabilità contro i vecchi amministratori, in primis contro l'ex presidente e padre padrone Gianni Zonin, salvatosi per il rotto della cuffia il 26 marzo scorso. In quella data, infatti, l'assemblea dei soci della Banca Popolare di Vicenza ha rinunciato ad avviare l'azione di responsabilità contro tutti gli autori del dissesto dell'istituto, con una decisione che ha fatto molto scalpore.


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Ora, però, l'azionariato è cambiato completamente e a comandare è un solo soggetto: un grande investitore istituzionale un po' sui generis come appunto Atlante, che ha però tutto l'interesse a traghettare la Popolare di Vicenza verso il risanamento. Come ci riuscirà? Il percorso non è ancora chiaro e c'è già chi parla di possibili di spezzatini delle attività o di alleanze e fusioni, seppur non nel breve termine. A rammaricarsi di più, sono senza dubbio i piccoli investitori che furono convinti a comprare le azioni della Popolare di Vicenza al prezzo stellare 62,5 euro, durante gli aumenti di capitale dell'era-Zonin. Dopo aver visto crollare il valore dei titoli fino al livello di 10 centesimi e aver accumulato perdite superiori al 99%, questo esercito di risparmiatori beffati avrebbe potuto almeno sperare in un futuro rialzo dei titoli in borsa, per recuperare un po' il capitale andato in fumo. E invece, con la mancata quotazione sul listino di Piazza Affari, anche questa flebile speranza è venuta meno.


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