I ponti italiani che fanno traballare la ripresa

I produttori di grandi manufatti pesanti messi in crisi dai cavalcavia sulla direttrice ovest-est per Porto Marghera. E Anas e governo non rispondono

Anas-ponte

Il crollo di un ponte in territorio di Licata (Agrigento), 7 luglio 2014 – Credits: ANSA/ CALOGERO MONTANA LAMPO

Stefano Caviglia

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Ci mancavano solo i ponti malmessi, proprio ora che la ripresa mondiale comincia a trainare l’economia italiana. Ce ne sono almeno sei o sette fra la pianura padana e le Alpi (sui fiumi, ma anche sull’Autostrada del Brennero) che rischiano di mandare in crisi decine di aziende specializzate in grandi manufatti pesanti. Aggiungete la burocrazia, che come sempre ci mette del suo, ed ecco apparire il fantasma di un nuovo collo di bottiglia per la produzione industriale italiana.

Panorama ha scritto già ad aprile scorso dell’impasse creata lungo la direttrice ovest-est dal ponte Molino sul fiume Tartaro (confine fra Lombardia e Veneto), le cui precarie condizioni chiudevano l’unica via per Porto Marghera ai carichi di oltre 80 tonnellate provenienti da Lombardia e Piemonte. Dopo un braccio di ferro di qualche settimana fra l’Anas e la Bono Energia di Peschiera Borromeo, che aveva in programma un’importante consegna ad Abu Dabi, si decise che era troppo pericoloso e si optò per l’idrovia. Costo aggiuntivo per l’impresa: oltre 100 mila euro.

Sono passati sei mesi e la situazione non è migliorata. Anzi. Le difficoltà si sono estese ad altre aree, come dimostrano le code e i rallentamenti di fine estate, stavolta sulla direttrice sud-nord, per la consegna del pomodoro casertano.

Cosa sta succedendo

Che cosa succede a ponti e cavalcavia italiani? "Succede che sono vecchi" dice a Panorama il presidente dell’associazione dei produttori di caldereria (Ucc-Anima) di Confindustria, Bruno Fierro "e in passato non hanno avuto una buona manutenzione. Per questo è da giugno che chiediamo ad Anas e ministero dei Trasporti di studiare insieme interventi e percorsi alternativi, ma non ci hanno neppure risposto".

Al nord il problema riguarda soprattutto una sessantina di produttori di grandi caldaie e manufatti per la chimica, l’attività estrattiva e la raffinazione, molto ben posizionate sui mercati internazionali (il fatturato complessivo del settore è più di un miliardo di euro) che rischiano di perdere rapidamente terreno se si sparge la voce che non saranno in grado di rispettare i tempi di consegna. Per metterle in sicurezza, secondo Fierro, basterebbe rafforzare due ponti sull’Autostrada del Brennero e creare svincoli per aggirarne altri quattro lungo le strade statali e provinciali fra Torino e Porto Marghera. "Se si lavora di buona lena basta un anno", assicura.

Ma il percorso per arrivare alla costa orientale d’Italia (fondamentale per le esportazioni del quadrante nordoccidentale della Penisola) è solo la punta di un iceberg. Il resto è costituito dai ponti di tutta Italia. Dopo i crolli di inizio anno l’Anas vuole controllare ogni ponte prima di consentire il passaggio di carichi superiori alle 20 tonnellate (come quelli dei pomodori, appunto, ma anche delle gru). Una prassi che crea difficoltà a tantissime imprese e comincia a mettere in allarme anche la Confindustria.

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