Le pistole Colt: storia di una bancarotta

Le hanno usate Buffalo Bill e generazioni di americani in guerra. E poi John Wayne e Clint Eastwood. Ma dal successo, si è arrivati alla chiusura

Pistola

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Stefania Medetti

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La montagna di debiti ammonta a 355 milioni di dollari e Colt Defense, pochi giorni fa, ha depositato la richiesta di bancarotta assistita, in seguito alla mancanza di un accordo consensuale con i creditori per la rinegoziazione del debito. In realtà, come raccontava lo scorso anno Bloomberg in un lungo servizio, Colt non è nuova ai fallimenti. Nei suoi 179 anni di storia, infatti, ne ha attraversati diversi di cui il primo, sei anni dopo l’esordio, perché le sue pistole, per quanto innovative, non sempre funzionavano.

L'intuizione di Sam

L’idea della rivoltella ad avancarica a tamburo, che ha fatto la fortuna dell’azienda di Hartford, è dovuta all’intuizione del fondatore. Secondo la narrazione ufficiale, Sam Colt, figlio di un agricoltore, orfano di madre all’età di due anni e con una propensione per la meccanica, ha avuto l’idea dopo un apprendistato come mozzo, ispirato dal funzionamento del timone della nave.

Nonostante il primo fallimento, Colt ha continuato a sperimentare e la guerra con il Messico gli è valsa una commessa da mille pezzi da parte del governo americano. Negli anni, il suo nome è diventato un’icona e fra chi ha tenuto in mano una Colt figurano Buffalo Bill, George Patton, oltre a generazioni di americani nelle Guerre Mondiali, nella guerra del Vietnam, in Iran e in Afghanistan. Anche John Wayne, Clint Eastwood, Bruce Willis e Tom Hanks hanno contribuito alla fama dell’azienda che, dopo l’esordio da innovatore, si è orientata alla produzione di armi disegnate da altri, come nel caso della Browning .45 semiautomatica e dell’M16.

La concorrenza degli anni '70

Nuove difficoltà arrivano negli anni Settanta. Sotto la spinta dell’internazionalizzazione, aziende come Beretta e la belga Fn Herstal, sottraggono a Colt una buona fetta del business. Nel 1988, Colt è nuovamente in bancarotta. Inaspettatamente, il salvatore dell’azienda si presenta nella persona di Donald Zilkha, erede di una ricca famiglia di banchieri immigrata dall’Iraq. Con un assegno da 27 milioni di dollari, Zilkha acquista l’azienda e tutti i suoi debiti nel 1994.

I margini del business, però, non sono molto alti e, dopo l’11 Settembre, Colt chiede nuovi finanziamenti. Il 2002 è l’anno in cui Zilkha, coinvolto in un sanguinoso divorzio, prende le distanze dal business a cui si affaccia Ioannis Rigas, giovane banchiere di Zilkha & Co. che già supervisionava Colt. Conosciuto con il nome di John, Rigas fonda Sciens Capital Management e, alla fine del 2002, organizza lo spinoff della divisione militare dell’azienda, ribattezzata Colt Defense di cui, insieme ai suoi affiliati, assume il controllo. Colt Manufacturing, invece, continua a produrre copie delle pistole più classiche.

Con la guerra in Medio Oriente, le vendite di Colt Defense raggiungono 75 milioni di dollari nel 2004, ma negli anni seguenti, l’azienda fa ricorso largamente al private equity perché Sciens Capital Management e i suoi affiliati, prosegue Bloomberg, hanno riempito l’azienda di debiti, estraendone credito sotto forma di “distribuzioni” e “consulenze”. Nel 2005, risultano uscite per 40 milioni di dollari in due anni, con il passare del tempo, la situazione non cambia e, anzi, Colt chiede prestiti multimilionari, mentre la distribuzione di utili netti sotto forma di dividendi continua.

Nel 2012, prendendo in prestito altri 50 milioni di dollari, Colt Defense paga 60,5 milioni di dollari per riappropriarsi di Colt Manufacturing. Il 2012 segna anche la fine di un’importante commessa da parte dell’esercito americano che decide di rinunciare alle forniture di M4. È così che, complice anche il rallentamento della domanda di pistole e fucili sportivi, lo scorso anno le vendite segnano -30%. Nelle ultime settimane, i tentativi di ristrutturazione del debito hanno portato a un nulla di fatto e ieri Colt, attraverso Keith Maib, chief restructuring officer, ha fatto sapere che l'azienda, che si è messa in vendita con una base d’asta di zero dollari, continuerà a operare.

Il primo round di offerte per ripagare i creditori è previsto per agosto, ma per ora l’unica proposta ricevuta proviene da Sciens Capital Management che, come riporta il Financial Times, detiene l’87% dell’azienda.




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