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Piano per le banche e bad bank: perché è a rischio flop

Preoccupa il gap tra il prezzo delle sofferenze a bilancio e l'attuale valore di mercato che potrebbe mettere in difficoltà gli istituti più deboli

La sede della Banca d'Italia

Cul-de-sac. È dove si trova l’Italia nel tentativo di ripulire i bilanci delle banche da 200 miliardi di euro di crediti in sofferenza, i prestiti concessi che rischiano di non essere più ripagati.

Un vicolo cieco perché la soluzione di ingegneria finanziaria al posto di una sola bad bank, studiata dal governo e approvata da Bruxelles, la cartolarizzazione dei crediti dubbi con garanzie statale, rischia di rivelarsi un flop.

A dirlo negli ultimi giorni non sono solo acuti osservatori ed esponenti della comunità finanziaria, ma anche due delle principali agenzie di rating cui si è aggiunta Mediobanca Securities, il centro studi di Piazzetta Cuccia che, numeri alla mano, in uno studio anticipato dal Sole 24 ore, ha dimostrato che alla fine sarà cedibile solo un terzo delle sofferenze.

Standard&Poor’s a metà gennaio aveva già lanciato l’allarme sulla mole dei crediti deteriorati: in Italia si attesta al 20% dei prestiti complessivi, uno su cinque; un valore che "continuerà ad aumentare gradualmente per poi stabilizzarsi nel corso del 2016".

Bad bank: perché ha deluso i mercati


Sofferenze: il nodo del valore di cessione
L'agenzia di rating oggi è tornata sul tema, facendo sapere che lo schema messo in piedi da Padoan difficilmente porterà a una riduzione consistente delle sofferenze bancarie.

La soluzione soft - quella hard, la bad bank in stile spagnolo non era una via praticabile - per evitare gli aiuti di Stato, proibiti dalla Ue, prevede il conferimento dei crediti a rischio in veicoli societari ad hoc, le varie bad bank partecipate da una o più banche.

Le sofferenze cedute saranno poi cartolarizzate in particolari obbligazioni, gli asset backed securities (abs), e vendute a fondi speculativi specializzati. Se il sottostante dovesse saltare, a pagare sarà lo Stato.

Ma il diavolo sta nei dettagli. Anzi, il dettaglio in questione, al di là di altri tecnicismi sui cui sta dibattendo la comunità finanziaria italiana, è soprattutto uno: la differenza tra il prezzo attuale di cessione delle sofferenze bancarie (non performing loans, in inglese) e il valore a cui sono state messe a bilancio dalle banche.

La garanzia pubblica, infatti, opera solo a prezzi di mercato (altrimenti sarebbe un aiuto di Stato) e cioè copre il valore delle sofferenze stabilito di volta in volta dagli operatori specializzati che offrono ovviamente cifre inferiori per rilevare dalle banche i crediti più rischiosi.

Se quest’ultimo dovesse discostarsi di molto da quello stimato a suo tempo dalle banche, si andrebbe a creare un buco (circola la cifra di 40 miliardi di euro) che metterebbe all'angolo gli istituti più in difficoltà, i quali a loro volta sarebbero costretti di nuovo a ricapitalizzare per far fronte alle nuove perdite: un cane che si morde la coda.

Banche e accordo sulle sofferenze, le cose da sapere


Il buco in pancia alle banche
Quanto all'attuale valutazione a prezzi di mercato dei crediti in sofferenza che potrebbero essere ceduti alle bad bank, cifre in merito ancora non sono state divulgate in via ufficiale. A fine 2015 in media nei bilanci le sofferenze risultavano svalutate del 60%.

Il paragone con le quattro banche salvate per decreto (Banca Marche, Etruria, Carife e Carichieti), che hanno testato gli effetti di un bail-in parziale, fa paura: il taglio alla fine si è rivelato superiore all'80%.

Non a caso un’altra agenzia di rating, Fitch, dubita che tutte le banche ricorrano al meccanismo della garanzia pubblica: l’adesione è volontaria ma il costo "potrebbe essere alto", forse troppo alto, soprattutto per le banche meno redditizie, che "sarebbero invece quelle che trarrebbero maggiori vantaggi dalle operazioni".

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