Perché la crisi di Deutsche Bank spaventa i mercati

La banca è la più esposta al mondo al mercato dei derivati e c'è chi parla di una nuova Lehman Brothers

La sede di Deutsche Bank – Credits: ANSA/EPA/ARNE DEDERT

Massimo Morici

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Deutsche Bank farà la fine di Lehman Brothers dando il via alla prossima crisi finanziaria? Domanda da catastrofisti, ma a chiederselo in queste ultime settimane non sono in pochi.

Non è una novità, per la verità, delle ultime settimane, nonostante il crollo in Borsa del titolo: -38% da inizio anno.

Basta fare una rapida ricerca sul web. In pochi minuti ci si accorge che a fare il paragone tra la banca d’affari americana, fallita nel 2008, e il colosso tedesco erano in molti.

Tra tutti il blog Zero Hedge, seguitissimo a Wall Street, in un post dello scorso giugno, e Seekingalpha, un sito americano specializzato in investimenti molto popolare tra gli addetti ai lavori, in un post dello scorso ottobre.

Entrambi partono da un dato: la montagna di scommesse in derivati su cui siede il colosso di Francoforte (i dati sono però quelli di fine 2014) pari a 52.000 miliardi di euro, un livello più alto del 66% rispetto a quello di Lehman ai tempi del crac e pari a circa 20 volte il Pil della Germania, stimato attorno a 2.700 miliardi di euro (9.600 miliardi di euro quello dell'Eurozona), con perdite potenziali da capogiro che fanno intuire l'importanza sistemica della banca tedesca.

È, infatti, la più esposta al mondo al business dei derivati. Ma davvero il mondo dopo otto anni rischia di rivedere nelle prossime settimane un film già visto?

Deutsche Bank: tutti i problemi


I rischi per gli investitori
Andiamo con ordine. Partiamo dal valore di Borsa di Deutsche Bank: oggi un’azione ha un prezzo inferiore a 15 euro (dati Bloomberg), meno del valore che aveva nel 2008 – 2009, tornando così ai livelli più bassi del 1999.

Il crollo a inizio settimana è stato di oltre il 10% a seguito delle preoccupazioni degli investitori sulla solvibilità dell'istituto (il debito in circolazione ammonta a 144 miliardi di euro), ma una notizia pubblicata dal Financial Times, che l'istituto tedesco però non ha confermato, di un maxi riacquisto di obbligazioni ordinarie ha dissipato i dubbi.

Solo in parte, però: ora c’è il timore che la banca non riesca a onorare i pagamenti delle cedole dei cocos, le obbligazioni convertibili che permettono all'emittente di saltare il pagamento in periodi di stress e di convertirle in azioni per rafforzare il capitale e che, naturalmente, finiscono in prima linea in caso di bail-in.

Sono strumenti più rischiosi delle normali obbligazioni e sono diventati popolari negli ultimi anni tra le banche, perché possono essere inclusi nel patrimonio di vigilanza, e anche tra gli investitori per i loro rendimenti (anche il 6 e 7%).

Deutsche Bank nel 2014 ne ha messe per un controvalore di 5 miliardi di euro, ma il loro prezzo è crollato vistosamente negli ultimi mesi: sono scambiati ora al 75 - 80% del loro valore nominale. Come quelli di Santander e UniCredit

Il paragone con la banca italiana lo fa anche l’agenzia Bloomberg: segnala che la più grande banca tedesca oggi è considerata dal mercato più rischiosa di UniCredit, finita al centro degli attacchi speculativi a Piazza Affari delle ultime settimane.

Tecnicamente, il credit default swap sul debito senior di Deutsche Bank (una sorta di "assicurazione" che rimborsa gli investitori in caso di default della banca che ha emesso l'obbligazione) è salito a 265 punti rispetto ai 245 punti di UniCredit.

Altri osservatori ricordano che la perdita per la banca tedesca è di 7 miliardi di euro nel 2015, la metà del rosso segnato nel 2013 dalla più piccola UniCredit (-14 miliardi di euro). Nessuno allora disse che la fine del mondo era vicina, anche se è evidente che il peso sui mercati finanziari dei due istituti è ben diverso.

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Aumenti di capitale e cambi al vertice
Ma torniamo a Zero Hedge, che ha ricostruito i movimenti degli ultimi due anni, forse le prime avvisaglie di uno stato non proprio di salute dell'azienda.

L'elenco parte con l'annuncio nell'aprile del 2014 di una prima ricapitalizzazione da 1,5 miliardi, salito poi a 8 miliardi il mese succesivo, e prosegue con la bocciatura agli stress test di marzo 2015, con l’accordo con le autorità britanniche e statunitensi, con il pagamento di una maxi multa da 2,1 miliardi di dollari per la manipolazione del Libor, e con l'aumento dei poteri in carico a uno dei duo ex ceo di allora, Anshu Jain, come nei periodi di crisi aziendale.

Ma la serie di fatti più sospetti sono quelli accaduti durante l'ultima crisi del debito in Grecia: il mercato da mesi parlava di possibili conseguenze su Deutsche Bank di un default di Atene.

Il 6 e 7 giugno, subito dopo l'annuncio di Tsipras, il 4 giugno (il giorno prima della scadenza), di far slittare a fine mese i pagamenti al Fondo monetario internazionale, i due ceo (Jain e Fitschen) si sono dimessi.

Tre giorni dopo, il 9 giugno, è arrivata puntuale bocciatura da parte di S&P del rating alla banca: BBB+, tre passi prima di finire tra i titoli spazzatura (junk).

Un giudizio di poco superiore a quello dell'Italia (BBB-) e più basso del rating che aveva Lehman Brothers (AA-) nell'estate del 2008, poco prima che fallisse.

La banca newyorkese, dopo l'ultimo taglio di rating a giugno 2008, impiegò 3 mesi per collassare. Sono passati sette mesi dall'ultima bocciatura per la banca tedesca che, malconcia, è ancora in piedi. Incrociamo le dita.

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