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Perché anche le banche tedesche se la passano male

I tassi a zero hanno messo in ginocchio Commerzbank, mentre la maxi multa negli USA rischia di affossare Deutsche Bank

La sede di Deutsche Bank – Credits: ANSA/EPA/ARNE DEDERT

Deutsche Bank e Commerzbank tornano a far parlare di sé. Il che è un problema anche per il resto dell’Europa. Troppo stretti i rapporti tra le banche europee per non sentirne le ripercussioni. Lo si è visto sulle Borse oggi: le due principali banche tedesche sono crollate a Francoforte trascinandosi dietro tutti i titoli bancari presenti nelle altre piazze finanziarie europee, comprese le banche italiane.

A scatenare le vendite è stata la notizia, pubblicata dal quotidiano finanziario tedesco Handelsblatt, del possibile licenziamento di 9.000 dipendenti di Commerzbank. Motivo? La politica dei bassi tassi della Bce, che erodono la redditività degli istituti nelle attività più tradizionali, ha messo in ginocchio la seconda banca privata tedesca che è controllata per il 15% dallo Stato.

Per rimettersi in carreggiata, sarebbe pronta a ridurre di quasi il 20% la sua forza lavoro formata da 51.300 addetti, nell’ambito di un piano complessivo di ristrutturazione dei costi. Nei giorni scorsi il Wall Street Journal parlava di una possibile riduzione del 10% del personale, pari a 5.200 esuberi.

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Colossi dimezzati
Non è la prima crisi per Commerzbank: nel 2008 fu salvata da Berlino. Non è stata la sola. Negli anni successivi all'ultima crisi finanziaria la Germania ha speso quasi 200 miliardi di euro per puntellare il suo sistema creditizio tra aumenti di capitale e acquisti di titoli tossici.

Le maggiori preoccupazioni, però, oggi riguardano la più grande banca privata tedesca: Deutsche Bank. Che non è nuova a cattive notizie. L'ultima è la dichiarazione della Cancelliera Angela Merkel: ha escluso aiuti di Stato per il colosso di Francoforte, che dovrà pagare una maxi multa negli USA da 14 miliardi di dollari per chiudere la controversia legata ai mutui subprime ai tempi della crisi del 2008.

È proprio l'ammontare della sanzione a far drizzare i capelli ai tedeschi: la banca sarà quasi sicuramente costretta a varare una maxi ricapitalizzazione tanto che già alcuni parlano di un inevitabile ricorso al bail-in, il salvataggio "interno" di una banca che coinvolge azionisti, obbligazionisti e che potrebbe toccare il denaro sui depositi.

La multa rappresenta infatti oltre il doppio di quanto il colosso tedesco ha accantonato per il contenzioso, 5,5 miliardi di euro (pari a 6,2 miliardi di dollari) e Deutsche Bank, stando a una recente elaborazione del Financial Times, ha una capitalizzazione di appena 18 miliardi di dollari, quattro miliardi in meno di quanto deve agli USA.

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Il crollo del titolo in Borsa
Non è la prima volta che la prima banca tedesca finisce nel mirino dei giudici: Deutsche Bank ha pagato già 1 miliardo di dollari nel dicembre del 2013 e altri 2,5 miliardi di dollari nell’aprile del 2015 per il caso della manipolazione del tasso interbancario Libor. Nel febbraio del 2014 ha sborsato un altro miliardo di dollari per il coinvolgimento nel collasso del Kirch Media Group avvenuto 12 anni prima.

Questa volta dovrà pagare molto di più e l'assenza (per ora) di un "paracadute" pubblico ha fatto crollare le quotazioni: nella sola giornata di ieri il titolo è sceso di oltre il 7% portandosi al minimo storico, cioè un livello più basso di quello toccato durante la crisi del 2008 - 2009. Da inizio anno un'azione di Deutsche Bank ha perso il 50% del suo valore.

Le regole europee in vigore da gennaio vietano, salvo casi eccezionali, l'intervento diretto dello Stato e comunque in tandem con gli investitori privati. Per non pochi osservatori alla fine saranno gli azionisti, gli obbligazionisti e anche i titolari dei depositi più grandi a pagare per evitare il fallimento di un gigante troppo grande per fallire (too big to fail). Un problema non da poco per la Merkel: il prossimo anno sarà alle prese con le elezioni nazionali nel 2017.

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