Decreto pagamenti, i motivi dello scontento delle imprese

Per il presidente di Confapi Maurizio Casasco troppi tecnicismi per un provvedimento che doveva essere già approvato

Il presidente di Confapi Maurizio Casasco (Credits: Ansa)

Giuseppe Cordasco

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“Il Paese sta fallendo, e la questione ormai non è prendere un giorno in più per riscrivere un decreto, visto che è da anni che conviviamo con questo problema: l’unica soluzione possibile è pagare”. E’ un vero e proprio appello disperato quello che lancia Maurizio Casasco, presidente di Confapi, associazione che raggruppa circa 120mila piccole e medie aziende, che occupano 1,5 milioni di dipendenti. Nelle sue parole si alternano i riferimenti al provvedimento legislativo che doveva finalmente sbloccare 40 miliardi di pagamenti arretrati e che invece è slittato, e descrizioni allarmate di una situazione economica del Paese ormai sull’orlo del precipizio. “Io vengo da Brescia, e in questa zona del Paese ormai falliscono tre aziende al giorno – dice Casasco -. È questo lo scenario con cui bisognerebbe fare i conti. E invece si perde tempo con un decreto di cui non ci sarebbe stato bisogno, perché in un Paese normale i debiti si pagano per una questione d’onore, a maggior ragione se il debitore è lo Stato”.

Eppure, l’amministrazione pubblica non solo ha accumulato pagamenti arretrati per circa 90 miliardi di euro, ma ora non si riesce neanche a dare il via libera a un decreto che prometteva di sbloccarne 40 in due anni. Tutta colpa dei tanti, troppi tecnicismi connessi all’approvazione del provvedimento. Sembra infatti che per nove articoli di decreto, fossero necessari successivamente ben 10 regolamenti attuativi, una giungla burocratica che evidentemente ha imposto uno stop per rivedere il tutto. “In questo pasticcio – sottolinea Casasco – mi sembra che il ministro Corrado Passera abbia meglio interpretato le esigenze delle aziende, cercando di semplificare le procedure, forse anche perché lui viene dal mondo dell’impresa privata e conosce certi meccanismi”. Diverso, e più pesante invece, il giudizio del presidente Confapi su quelli che definisce i burocrati del ministero dell’Economia. “Qui abbiamo a che fare con funzionari che sembra nulla sappiano di come va il Paese reale. A cominciare dal ministro Vittorio Grilli che si è blindato dietro formule burocratiche e tecnicismi, che non serviranno a niente se sbloccheranno i soldi quando il paziente, ossia il Paese, sarà ormai già morto”.

PICCOLE E MEDIE IMPRESE, E' ALLARME OCCUPAZIONE

Casasco, tra l’altro, mette in discussione lo strumento legislativo stesso utilizzato per sbrogliare la matassa dei pagamenti arretrati. “Qui non ci vogliono nuove leggi, quello di cui abbiamo bisogno sono procedimenti esecutivi, perché se per saldare un debito c’è bisogno di un decreto allora la situazione è davvero grave”. Senza contare che secondo il presidente di Confapi si poteva mettere in pagamento una somma molto maggiore rispetto ai 40 miliardi preventivati dal decreto allo studio. “Dopo l’accordo europeo tra il commissario italiano all’Industria, Antonio Tajani, e Olli Rehn, c’era la possibilità di sbloccare almeno 70 miliardi. Eppure, la firma di quel protocollo d’intesa, che allentava i vincoli del patto di stabilità sui debiti statali pregressi, è arrivata il 18 marzo. A oggi, sono passati circa 20 giorni, e ancora non è successo nulla, una vera vergogna per un Paese che rischia ogni momento il fallimento”.

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A questo punto però l’unico appiglio resta proprio il decreto sui primi 40 miliardi, che è rimasto impigliato nelle maglie della burocrazia. È vero che oggi il presidente di Confindustria Giorgio Squinzi ha affermato che "piuttosto che avere un pateracchio" è meglio tornare sul provvedimento e fare con calma. Ma Casasco non molla. “Noi chiediamo ufficialmente che entro lunedì questo decreto sia approvato, ovviamente semplificando tutte le procedure e tenendo presente che comunque per noi resterà sempre un primo passo verso lo sblocco dell’intero monte di pagamenti arretrati . Fatto ciò bisognerà poi pensare al futuro, perché quello che urge ora – conclude Casasco –  è un piano industriale che ci faccia abbandonare l’austerity e punti sulla crescita”.

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