Aziende

Ora il bonifico si spedisce con il telefonino

Un sistema rivoluzionario per trasferire soldi con lo smartphone. Grazie alla tecnologia di un’azienda italiana salvata da un manager testardo

Jiffy SIA_

Guido Fontanelli

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Dopo “whatsappare” e “twittare”, tra qualche settimana incominceremo a usare un altro neo-verbo: “jiffare”, ovvero trasferire istantaneamente dei soldi via telefonino, da un conto corrente a un altro, anche di banche diverse. Basterà, dopo aver accettato di aderire al servizio, verificare sull’agenda telefonica se la persona a cui si vuole inviare il denaro ha l’iconcina “Jiffy” vicino al numero di telefono: se ce l’ha, con un tocco sullo smartphone si potrà effettuare il versamento in un attimo (è questo infatti il significato del termine inglese Jiffy). La prima banca ad aver lanciato questo nuovo prodotto è stata in febbraio Ubi Banca. In luglio parte Intesa Sanpaolo con JiffyPay e poi seguiranno Unicredit, Mediolanum, Bnl, Cariparma e Carige.

Al momento sono in totale 13 gli istituti che hanno aderito a Jiffy, con oltre l’80 per cento dei conti correnti italiani. La cifra che può essere trasferita con questo bonifico istantaneo e sicuro (basato sul sistema Sepa, quello usato in tutta Europa) sarà decisa dalle singole banche: nel caso di Ubi si può arrivare fino a 250 euro.

A inventare e brevettare Jiffy è stata un’azienda italiana, la Sia, che ora lo sta proponendo sui mercati internazionali: “Lo abbiamo presentato alle banche centrali mondiali nel corso di un vertice che si è tenuto nei mesi scorsi in Svizzera” racconta Massimo Arrighetti, 58 anni, dal 2010 amministratore delegato della società. “E lo stiamo promuovendo presso le maggiori banche commerciali di Francia, Germania e Olanda e abbiamo riscontrato un grande interesse. Tenga conto che già alcune banche straniere lo stanno già adottando per la clientela italiana”.

Del resto, la Sia si è costruita una solida credibilità nel delicato settore dei pagamenti digitali: oggi i suoi software gestiscono le transazioni di 4.900 banche in Europa, pari a 9,2 miliardi di bonifici e incassi e 3 miliardi di pagamenti con carte di credito all’anno. Opera in oltre 40 Paesi con due controllate in Ungheria e Sudafrica e tra i suoi clienti c’è anche la Bce, mentre la Budesbank l’ha scelta per governare i collegamenti tra le maggiori banche centrali europee (garantiti da reti e server dedicati e super-sicuri). In più la Sia lavora con le amministrazioni pubbliche, per rendere più semplici i pagamenti di bollette, multe, ticket. Insomma, un colosso, con circa 1.500 dipendenti e 426,3 milioni di ricavi, uno dei tre più grandi operatori del settore a livello continentale.

E dire che, se non fosse stato per Arrighetti, questa eccellenza italiana sarebbe finita all’estero: “La Sia è nata negli anni Settanta su iniziativa di Abi e Banca d’Italia per automatizzare il trasferimento di denaro tra le banche e per creare il mercato elettronico dei titoli di Stato e delle azioni” racconta il manager. Successivamente la proprietà passa alle banche che, nel 2012 decidono di venderla. In pole position c’è Equens, società olandese e tedesca. Ma Arrighetti propone un piano alternativo: “È vero che allora la Equens andava meglio della Sia, ma noi avevamo una gamma di servizi più ampia e soprattutto stavamo investendo molto in nuovi prodotti.

Insomma, il rischio era di vedere uscire dall’Italia il nostro know how”. Arrighetti si rivolge al Fondo strategico della Cassa depositi e prestiti proponendogli di acquisire la Sia: “A Maurizio Tamagnini, amministratore delegato del Fondo, il progetto piace. Viene fatta un’offerta alle banche, che accettano e così dal 2014 la Sia è stata acquistata dal Fondo strategico”.
Arrighetti, bergamasco con esperienze alle Poste e in Intesa Sanpaolo, dice che la sua più grande soddisfazione è di aver mantenuto in mani italiane un “gioiello” che ora ha un utile netto di 60 milioni (mentre la Equens non se la passa tanto bene) e controlla il 35 per cento del mercato. “Il prossimo passo” annuncia il manager “sarà vedere la Sia crescere nel mondo. E portarla in borsa”.

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