Natuzzi, i divani made in Italy alle prese con la crisi

Nuove richieste di cassa integrazione nell'azienda pugliese, che sale a 1.900 esuberi. Una situazione difficile che parte da lontano e che coinvolge l'intero distretto del mobile imbottito, una delle poche eccellenze industriali rimaste nel Mezzogiorno

Pasquale Natuzzi (credits: Rocco De Benedictis/Today)

Gianluca Ferraris

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UPDATE: Era il 13 giugno quando il gruppo Natuzzi annunciava nuovi 430 esuberi che si sarebbero aggiunti ai 1.470 già comunicati. Oggi lo storico gruppo dei divani ha presentato ufficialmente ai sindacati il piano industriale di riorganizzazione in Italia che prevede la mobilità di 1.726 dipendenti. Ecco come si è arrivati a questa situazione in un'azienda che rappresenta il cuore del made in Italy nell'industria italiana e la cui crisi porta con sé l'intero distretto del mobile imbottito.

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Iniziata nel 1959, finita – almeno nel modo in cui siamo stati abituati a conoscerla – nel 2013. La storia del gruppo Natuzzi, che lo scorso 13 giugno ha annunciato 430 nuovi esuberi nelle sue sedi italiane, è racchiusa tra un Alpha che sa di boom economico e benessere e un Omega in cui crisi non fa prigionieri, nemmeno tra i marchi più nobili, identitari e innovativi del made in Italy.

In attesa del nuovo piano industriale, che avrebbe dovuto essere pronto entro questo mese e invece è stato rinviato a luglio, Natuzzi ha chiesto di estendere i provvedimenti di mobilità straordinaria in scadenza il prossimo 28 ottobre a quasi tutti i lavoratori dello stabilimento di Laterza, in provincia di Taranto: i nuovi cassintegrati si sommeranno ai 1.470 attuali, raggiungendo così quota 1.900 su 2.700 addetti totali. Un tentativo neppure troppo velato di ultimare un processo di delocalizzazione già in corso da anni, secondo i sindacati. Decisione motivata con il calo di produttività registrato dagli impianti, è invece la posizione dell’azienda i cui bilanci, nonostante 200 milioni di investimenti e ripetuti cambi nel management, continuano a vedere rosso. Nel 2012 l’azienda ha perso 26 milioni di euro e nel primo trimestre di quest’anno la perdita d'esercizio è già a quota 6 milioni.

La verità probabilmente sta nel mezzo. Da tempo Natuzzi, player globale del mobile imbottito e dei complementi d’arredo con un fatturato annuo di486 milioni di euro, deve la sua sopravvivenza ai mercati esteri, presso i quali realizza l’88 per cento dei ricavi grazie anche a una presenza capillare di punti vendita di proprietà o in franchising (309 monomarca Divani & Divani tra Europa, Cina e Australia più 373 Natuzzi Galleries all’interno dei centri commerciali statunitensi ed europei). La progettazione, il marketing e l’assistenza sono sempre rimasti a Santeramo in Colle, il paesino a cavallo tra Puglia e Basilicata dove negli anni Cinquanta il 19enne Pasquale Natuzzi si mise in testa di conquistare il ceto medio con i divani in pelle "uguali a quelli dei salotti elitari, ma a prezzi accessibili". Ma i prodotti destinati all’export, per motivi legati alla logistica, ai dazi, al cambio pesante e soprattutto al costo del lavoro, vengono assemblati sempre più massicciamente in Cina, Brasile e Romania. Trend che è in corso già da parecchi anni, peraltro.

Alle sette fabbriche italiane sono rimaste solo le produzioni domestiche e quelle di fascia alta, che nonostante l’entusiasmo del fondatore ("Il mercato del mobile imbottito continua ad andare a gonfie vele e il made in Italy in questo settore non ha rivali" dichiarava appena pochi mesi fa) hanno fatto registrare le maggiori sofferenze dall’inizio della crisi economica a oggi. I motivi? Paradossalmente, l’elevata qualità degli arredi italiani ha frenato il mercato sostitutivo, l’unico a poter assicurare un po’ di cash flow quando il comparto immobiliare rimane fermo, come in questa fase. Il resto lo hanno fatto contraffazione e concorrenza sleale, spettri contro i quali lo stesso Natuzzi si è sempre battuto gagliardamente, in Confindustria e nelle aule di tribunale. Ma evidentemente non è bastato. Natuzzi continua a ripetere che i marchi di gamma più alta continueranno ad essere prodotti in Italia, ma non nasconde come gli esuberi siano ormai “strutturali” a causa del ristagno economico dell’area, anche se le decisioni più importanti sul fronte occupazionale verranno prese tra qualche giorno.

Così, con i consumi interni polverizzati e quelli esteri che a causa dell’euro forte hanno visto diventare i nostri divani di colpo più cari di quasi il 30 per cento, la situazione è precipitata ulteriormente. Lo certifica il fatto che quella di Natuzzi non è certo una criticità isolata: nel distretto lucano del mobile imbottito, una delle poche eccellenze industriali residue del nostro Sud, oggi le aziende in vendita e gli imprenditori sfiniti sono diventati la regola . Quel piccolo miracolo che ancora vale il 55 per cento della produzione nazionale e l’11 per cento di quella mondiale oggi sembra al tramonto. Seppellito, come la marea di definizioni – Lucania felix, Divano valley, Nordest del Mezzogiorno– che negli anni del boom avevano accompagnato questo pezzo di terra altrimenti ostile.

Le cifre sono impietose: negli ultimi cinque anni hanno chiuso i battenti quasi 400 imprese su 520. Il giro d’affari è crollato da 2,2 miliardi di euro a poco più di 350 milioni. Gli addetti, da 16 mila a meno di 7 mila. Più che una crisi, un’ecatombe. Anche dal punto di vista sociale: "In quest’area" scrivono Fillea-Cgil, Filca-Cisl e Feneal-Uil in un documento comune redatto a fine maggio "oltre la metà dell’occupazione è dovuta a tre grandi poli: il tessile, la pesca e il divano. I primi due sono in difficoltà da anni e il terzo addirittura in odore di smobilitazione: questo vuol dire che vanno creati in fretta meccanismi di salvaguardia e di alternativa. In caso contrario la situazione rischia di travolgere il tessuto sociale di decine di comuni".

Qualche risultato l’azione congiunta di enti locali, sindacati e di di molti imprenditori (tra Natuzzi e la Triplice, invece, negli ultimi tempi i rapporti si erano fatti assai tesi) sembra averlo ottenuto. Lo scorso 9 febbraio a Roma è stato siglato l’accordo quadro di programma per rilanciare il settore, con un finanziamento di 101 milioni così suddiviso: 40 a testa dal ministero dello Sviluppo economico e dalla regione Puglia, il resto dalla Basilicata. I soldi verranno destinati sia agli ammortizzatori sociali che alla riqualificazione degli impianti, per puntare su soluzioni più green e su filiere produttive verticali maggiormente integrate, così da recuperare almeno una parte delle centinaia di terzisti oggi senza ossigeno. Ma è chiaro che, come per tutti gli altri comparti del largo consumo, in assenza di una ripresa della domanda ogni antidoto rischia di trasformarsi in palliativo. 

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