Mps e Unicoop, non c’azzecca proprio la finanza con le Coop

L’investimento nell’Mps, l’acquisto dei titoli "fresh", il basso rendimento dell’Unipol: per le cooperative poche soddisfazioni fuori da commercio e latte

Sergio Luciano

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Un bell’autogol: Turiddo Campaini, 72 anni, da 42 al vertice dell’Unicoop Firenze, si dimise nel dicembre scorso dalla carica di vicepresidente e di membro del comitato esecutivo del Monte dei Paschi di Siena per stigmatizzare l’inutilità di una carica senza deleghe. Perché è uno che vuole contare. Poi, certo, i suoi amici sottolineano che i 30 milioni di obbligazioni «fresh» emessi dalla Bank of New York per il Monte e finiti nel portafoglio dell’Unicoop non li acquistò lui, che nel 2008 era già asceso dal consiglio di gestione a quello di sorveglianza della cooperativa. Ma, come Enrico Cuccia in Mediobanca, Campaini è uno che comanderebbe anche da usciere. E se ha lasciato la vicepresidenza «inutile» del Monte proprio perché inutile, pur derivando da una partecipazione che l’Unicoop ha nella banca senese pari al 2,7 per cento, costata quasi 500 milioni e crollata a 85 milioni, è ben improbabile che quei fresh siano stati acquistati a sua insaputa.

Comunque, l’Unicoop ha rassicurato i suoi soci, martedì 19 febbraio, con una nota nella quale ha escluso di avere titoli tossici in portafoglio, ovvero in un patrimonio da 2,3 miliardi di «prestito sociale», dei quali 1,7 investiti in immobili della cooperativa, 200 milioni in attrezzature e 400 sostanzialmente liquidi.

Buon per loro: perché in realtà l’Unicoop, come tutte le principali altre grandi cooperative di consumo, sul fronte dell’alta finanza non ne ha imbroccata  una. Nel suo libro Un’altra vita è possibile proprio Campaini scriveva fra l’altro che «la valutazione etica del profitto ha due aspetti: come si produce e come si utilizza». E come lo si sperpera no? Una domandona valida, pari pari, un po’ per tutto il mondo Coop, che sa fare supermercati e latte (Granarolo) ma poco altro. O meglio: l’Unipol azienda è solida, è ormai un big, ma il suo cosiddetto «total return», cioè il rendimento totale di una società tra variazione del prezzo di borsa, dividendi pagati e aumenti di capitale assorbiti, dal 2004 al luglio 2012 è stato negativo del 91,8 per cento, contro un calo dell’indice Ftse Mib del -28,5 e una crescita delle assicurazioni europee del 14,8 per cento. Si poteva investire meglio.

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