Scandalo Mps, il kamasutra finanziario quasi surreale

Da Vigni a Mussari fino a Baldassarri e Morelli. Ora si aspetta la ricostruzione del giro dei soldi sospetti

Antonio Vigni e Giuseppe Mussari ai tempi in cui erano direttore generale e presidente di Mps (Credits: Sergio Oliverio-Imagoeconomica)

Sergio Luciano

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Una cosa sono le stecche che un gruppetto di manager del Monte dei Paschi di Siena potrebbe essersi auto-pagato costruendo l'acquisizione della Banca antonveneta; un'altra cosa sono le eventuali maxi-tangenti politiche che potrebbero essere state “spremute” dai 10 miliardi e passa pagati agli spagnoli; una cosa ancora sono le perdite – per ora 750 milioni accertati, ma forse molti di più – che la banca ha accusato non in nome di quell'acquisizione (che in generale è stata un bagno di sangue per vari miliardi di euro, almeno i 4 in più che furono sborsati rispetto a quelli pagati dal Banco Santander) ma a causa delle manovre finanziarie, spericolate e in parte nascoste, cui si è fatto ricorso per digerire un boccone troppo grosso.

Si tratta di tre diversissimi ordini di indagine sui quali la Procura di Siena dovrà muoversi conteporaneamente, anche perchè nessuno dei tre esclude gli altri e probabilmente tutti coesistono in variabili percentuali di verità.

Prima di inoltrarsi nel ragionamento ricordiamoci – per metodologica diffidenza - che qualche anno fa l'inchiesta “Why Not” fece cadere il governo Prodi e parve aver svelato una “cupola” masso-mafio-plutocratica attorno ad Antonio Saladino che invece non c'era, e si è conclusa praticamente in nulla; che più di recente l'inchiesta sulla P4 ha condotto a un paio d'anni di patteggiamento da parte di Luigi Bisignani e s'è a sua volta, se non sbriciolata, molto ridimensionata dopo aver fatto pensare all'ennesimo complotto antidemocratico dei nipotini di Gelli; che in materia bancaria, e di derivati finanziari, nessuno ha gridato alla truffa quando una banca come Unicredit, peraltro guidata dallo stesso, bravo manager che oggi presiede il nuovo corso del Monte dei Paschi cioè Alessandro Profumo, ha dovuto fare circa 10 miliardi di aumenti di capitale per turare le falle aperte nei suoi conti da due acquisizioni onerosissime e piene di “fuffa”, come Capitalia e Hvb.

Questo per dire che – per quanto possano pensarne gli estranei – l'alta finanza è una materia talmente complessa che spesso dietro gli errori ci sono solo errori, e al contrario, spesso, i successi coprono meglio eventuali  infedeltà aziendali. È sicuramente anche a questi precedenti imbarazzanti che pensava il Capo dello Stato Giorgio Napolitano quando ha raccomandato a media e magistrati di evitare, sul caso Montepaschi, quell'incrocio giudiziario-informativo che può destabilizzare i mercati senza alcun fondamento...  

Ma andiamo con ordine. Oggi a Siena c'è stato il cruciale interrogatorio di Antonio Vigni, già direttore generale Mps, al centro delle indagini per ostacolo alla vigilanza e false comunicazioni (avrebbe nascosto i documenti dei contratti in derivati da cui sono scaturite le perdite impreviste). Otto ore sotto torchio con Vigni avrebbe dato la sua disponibilità a collaborare. Entrato nel Monte a diciotto anni, carriera costante fino a direttore generale, si vede contestare di aver nascosto a Bankitalia e alla Consob le vere circostanze dell'aumento di capitale da 1 miliardo riservato a Jp Morgan.

Subito dopo di lui, sotto i riflettori Gianluca Baldassarri, già direttore finanziario, un altro protagonista, sospetto anche di aver lucrato all'estero interessi personali illeciti per una ventina di milioni di euro (e uno fa un buco da 5 miliardi se va bene per fregarsi 20 milioni?). Più defilato perchè, buon per lui, uscito dal Monte tre anni fa, Marco Morelli, già capo dell'Area legale di Mps, oggi  responsabile di Merrill Lynch in Italia dopo un opaco biennio in Intesa Sanpaolo.

Simpaticamente, vox populi allude ai primi due e talvolta include il terzo, allargando naturalmente l'epiteto a tutta la loro cerchia, come alla “banda del 5%”, espressione usata su di loro da Antonio Rizzo, ex funzionario di Dresdner Bank, che aveva interfacciato il Monte su varie operazioni e che dal 2008 accumula accuse contro i dirigenti senesi per un'indagine della Procura di Milano su una società d'intermediazione svizzera, la Lutifin, che avrebbe ottenuto da Montepaschi troppo lavoro senza meriti...

Tra le tante ipotesi che si possono fare sull'esito dell'indagine, una sola – oggi – è certa: che sarà un'indagine lunga, complicatissima e piena di stop-and-go, destinata verosimilmente a concludersi in un pateracchio per la sistematica difficoltà dei Pm – in casi del genere – a distinguere tra reati e imperizia, intrallazzi e sbadataggini, zelo imbecille e complotto.

In nome di una scelta rivelatasi temeraria ai confini con la follia a causa della crisi dei mercati, abbastanza imprevedibile prima che scoppiasse nel 2008 – la scelta cioè di comprare Antonveneta per 9,6 miliardi lievitati poi a 10,3, scelta voluta da Giuseppe Mussari – il Monte ha fatto un kamasutra finanziario quasi surreale, sul quale la Banca d'Italia ha emesso qualche flebile monito senza mai volere (o potere) entrare in campo a gamba tesa. Per finanziare la maxi-operazione, il Monte lanciò un aumento di capitale da 5 miliardi di euro rivolto ai propri azionisti, un simultaneo aumento da 950 milioni di euro riservato a Jp Morgan (tuttora socia di Mps col 2,527%), un prestito obbligazionario 2008-2018 da 2,16 miliardi di euro al tasso Euribor più 250 punti base e un ulteriore finanziamento ponte a un anno (tutto nel 2008!) con Merrill Lynch, Credit Suisse, Jp Morgan, Citi, Mediobanca e Goldman Sachs, per un altro paio di miliardi (1,95), più convenienti dell'altro (Euribor più 10 punti base), avviando una serie di dismissioni di asset non strategici per rimborsare almeno in parte tutti questi prestiti: dalla Finsoe (quota acquisita per aiutare Consorte nella fallita scalata alla Bnl) alla Banca del Monte di Parma, agli immobili.

Sarà molto interessante ricostruire – ammesso che la Procura ci riesca – il giro di denaro passato dalla banca ai singoli interessati, i papabili membri della banda del 5%. Ma di certo questa montagna di carta finanziaria è stata costruita in fretta e furia, e male, per far fronte ad un'operazione che sarebbe stata quasi insostenibile perfino in tempi di vacche grasse. E ci si era trovati invece a gestirla in tempi di carestia: oltretutto, tutt'altro che terminati.

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