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Mps, perché i problemi non sono finiti

Vendita delle sofferenze, maxi-aumento di capitale o trasformazione in azioni dei bond subordinati. Tutte le incognite sul futuro del Monte dei Paschi

Monte dei Paschi

Andrea Telara

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L'ipotesi ha iniziato a circolare da ieri. Il Monte dei Paschi di Siena (Mps) potrebbe convertire in azioni i propri bond subordinati che oggi sono in mano agli investitori istituzionali e che valgono nel complesso circa 3 miliardi di euro. Adottando questa soluzione, Mps ridurrebbe l'entità del prossimo aumento di capitale, previsto per novembre-dicembre e voluto dalle autorità di vigilanza europee per far uscire dalla crisi l'istituto toscano. Dunque, anziché emettere sul mercato una montagna di nuovi titoli azionari e correre il rischio che restino invenduti, Mps sarebbe più propenso a trasformare in capitale una parte del proprio debito, rappresentato appunto dalle obbligazioni subordinate.

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Basterà questa operazione a risolvere tutti i problemi del Monte dei Paschi? Sarebbe bello poter rispondere di sì anche se purtroppo ci sono autorevoli osservatori che restano assai scettici. Tra questi c'è per esempio l'economista Angelo Baglioni, docente alla Cattolica ed editorialista del sito Lavoce.info, che ha dedicato una lunga analisi a Mps, prevedendo un autunno caldo per la banca senese. Secondo Baglioni, infatti, i problemi del Monte dei Paschi non sono affatto finiti, nonostante l'ottimismo del governo e di molti altri big del settore bancario italiano. L'economista de Lavoce.info, infatti, mette in fila alcuni argomenti su cui vale la pena di riflettere.


Troppe incognite ancora

“Il tanto celebrato Piano Mps è in realtà ancora in fase di definizione e i margini di incertezza sulla sua realizzazione sono elevati”, scrive Baglioni su Lavoce.info, ricordando che il programma di salvataggio della banca prevede la cessione delle sofferenze tramite una operazione di cartolarizzazione, cioè trasformando prestiti deteriorati in titoli finanziari. Una tranche di questi titoli (quella senior, meno rischiosa) dovrebbe essere ceduta sul mercato, con il sostegno di una garanzia pubblica. Tuttavia, come sottolinea Baglioni, questa operazione è ancora tutta da mettere in cantiere. Non a caso, il piano di salvataggio di Mps prevede pure che la banca toscana riceva un prestito-ponte da JP Morgan, in attesa che le sofferenze vengano vendute. Le uniche cose sicure, per adesso, sono la cessione al fondo salva-banche Atlante di una seconda tranche di sofferenze, oltre all'assegnazione di una terza tranche ai vecchi azionisti di Mps.


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Nella speranza che tutto vada bene, sul futuro di Mps pesa poi un'altra incognita ed è quella più grande: il prossimo aumento di capitale. Emettere nuove azioni per 5 miliardi di euro quando il valore in borsa di Mps è oggi di appena 700 milioni appare come un'impresa titanica. L'ipotesi che molti titoli di nuova emissione restino invenduti è tutt'altro che da scartare anche se, va detto, il piano di salvataggio prevede un paracadute. Esiste infatti un consorzio di banche d'affari che si impegna a sottoscrivere la quota di titoli inoptati, nel caso in cui l'aumento di capitale non vada completamente a buon fine.


Tuttavia, ricorda ancora Baglioni su Lavoce.info, “questo impegno è subordinato ad alcune condizioni, tra cui la cessione delle sofferenze”. Entro novembre-dicembre, cioè entro il termine previsto per l'avvio dell'aumento di capitale, il Monte dei Paschi dovrà dunque liberarsi di una gigantesca mole di prestiti deteriorati (sperando che ce la faccia) e rastrellare poi una montagna di altri soldi sul mercato. Le incognite sul buon esito dell'operazione, insomma, non sono affatto poche. Ora, per evitare appunto la maxi-ricapitalizzazione, è spuntata pure l'ipotesi di convertire in azioni i bond subordinati. Anche qui, però, non mancano i punti interrogativi visto che questa trasformazione può avvenire solo su basi volontarie, cioè attraverso un'offerta presentata agli investitori istituzionali che hanno in mano i bond subordinati, i quali potranno scegliere se aderire o rifiutare. Perché gli investitori istituzionali dovrebbero dire sì senza problemi alla proposta? Per adesso questo interrogativo non trova risposta.


La lezione di Lisbona

Secondo Baglioni, invece, l'unica e più efficace soluzione alla crisi di Mps è un intervento dello stato. Si tratterebbe di una misura analoga a quella appena adottata in Portogallo, dove il governo è stato autorizzato dalla Commissione Ue a immettere 2,7 miliardi per ricapitalizzare la banca Caixa Geral de Depositos, senza che questa operazione si considerata un aiuto di stato contrario alle normative comunitarie. Per l'economista della Cattolica, infatti, le regole europee sulle risoluzioni delle crisi bancarie prevedono una certa dose di flessibilità e consentono di salvare la banche anche con soldi pubblici, quando occorre preservare la stabilità finanziaria di una intera nazione. Visto che Mps è il terzo istituto di credito italiano, non ci sono dunque dubbi sugli impatti che un suo fallimento avrebbe sulla stabilità finanziaria del nostro paese.


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In questo caso, a pagare sarebbero i contribuenti, è vero. Tuttavia, ricorda ancora Baglioni, allo Stato rimarrebbe comunque la possibilità di rivendere successivamente le proprie quote detenute nella banca, dopo averla risanata, magari incassando pure una bella lusvalenza.

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