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Mps, perché Corrado Passera ha ritirato il suo piano di salvataggio

L'ex-ministro parla di "troppe chiusure" da parte della banca. Che voleva soci di lungo periodo e non gradiva la presenza dei fondi di private equity

Mps:

Andrea Telara

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Alla fine Corrado Passera ha mollato la presa. L'ex-ministro dello Sviluppo Economico nel governo Monti ed ex-n.1 di Intesa Sanpaolo, ha rinunciato a presentare il suo piano di salvataggio del Monte dei Pasci di Siena.

“Troppe chiusure da parte della banca”, ha fatto sapere Passera, comunicando la sua volontà di non proseguire nell'operazione di salvataggio.

Dal canto suo, Mps ha detto di rammaricarsi “per una decisione che ritiene basata su argomentazioni infondate”.

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Ma cosa è successo di preciso?

Il piano di Passera, come sa chi ha seguito le cronache di Mps, rappresentava una soluzione alternativa a quella che stanno architettando i due advisor di Mps, cioè Mediobanca e Jp Morgan. Nello specifico, l'ex-ministro si era detto in grado di coinvolgere alcuni grandi fondi internazionali pronti a investire ben 2 miliardi di euro in Mps e a garantire per ulteriori 1-1,5 miliardi il prossimo aumento di capitale.

Con questa soluzione, l' importo della prossima ricapitalizzazione sarebbe dunque stato ben più modesto del previsto: l'arrivo delle risorse dei fondi, infatti, avrebbe coperto in buona parte il fabbisogno di liquidità della banca, che entro fine anno deve trovare sul mercato ben 5 miliardi di euro.

Il nome degli alleati di Passera resta al momento formalmente top secret ma si parla da tempo di un coinvolgimento del fondo Atlas del finanziere Bob Diamond e di alcuni colossi del private equity come Bc Partners, Warburg Pincus e General Atlantic, tutti nomi d'eccellenza nella businesscommunity internazionale.


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Nel piano di Passera, però, a quanto pare c'erano un po' di cose che non piacevano agli attuali vertici di Mps.

I grandi fondi, infatti, volevano un po' di tempo per mettere il naso nei bilanci di Mps e capire la reale situazione della banca, soprattutto per quel che riguarda i crediti deteriorati.

Questo processo di analisi che si chiama "due diligence" nel gergo degli addetti ai lavori, di solito avviene nell'arco di qualche mese ma Passera e compagni erano disposti a ridurlo a sole 6 settimane, cioè a un mese e mezzo, vista l'urgenza di trovare una soluzione per Mps entro la fine dell'anno.

Le promesse e gli impegni dell'ex-ministro, però, non sono bastati a stappare un sì da Siena.

I vertici di Mps hanno infatti temporeggiato a lungo fino a far saltare tutto.

C'è chi sostiene che il Monte dei Paschi volesse dei soci di lungo periodo e non gradisse neppure la presenza dei fondi di private equity, abituati a muoversi con la logica del mordi e fuggi, cioè con l'obiettivo di monetizzare il proprio investimento dopo qualche anno.

E c'è chi sostiene pure che Siena non volesse attendere l'esito della due diligence (per quanto in tempi di record).

Qualunque sia la verità, resta il fatto che il tempo a disposizione per salvare Mps è sempre meno.

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