Mps, Mussari chi?

Dopo la bufera che ha coinvolto la banca senese, l’avvocato più potente della città è stato prontamente abbandonato dai suoi supporter

Gianluca Ferraris

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Sulle colline degli Agostoli la neve attutisce i rumori in arrivo dalla città e la quiete agreste allontana i veleni. Qui, fra uliveti e pascoli di chianine, sverna la buona società senese e vengono a riposarsi rockstar gelose dell’anonimato. Al centro della tenuta, due filari di pini marittimi nascondono Villa Stasi. Stasi come Luisa, moglie di Giuseppe Mussari, che dal 29 gennaio vive praticamente blindato all’interno di questo grande edificio di mattoni rossi.

È arrivato in compagnia di un paio di valigie il mattino dopo il suo primo confronto con i pm senesi Aldo Natalini, Antonino Nastasi e Giuseppe Grosso, che lo indagano per falso in prospetto e manipolazione del mercato nell’ambito delle inchieste sul Monte dei Paschi, e da allora non si è quasi più mosso. Non risponde al telefono né al citofono. Di ritirare la posta, in una vecchia cassetta con il suo nome vergato a pennarello, si occupa la colf. A qualche centinaio di metri di distanza un vigilante privato controlla con discrezione il viavai, in verità scarso, di curiosi e giornalisti.

Dentro la villa, l’ex enfant prodige della finanza rimugina sul destino, sulla lunga serie di scommesse finanziarie finite male, sull’ambizione che lo ha tradito e, a proposito di tradimenti, sulla sterminata serie di ex amici, cortigiani, adulatori che adesso lo mettono alla gogna ritenendolo, a torto o a ragione, come la causa di tutti i mali. Presidente della Fondazione Montepaschi a 39 anni, numero uno dell’istituto senese a 44, al vertice dell’Associazione bancaria italiana a 48, fuori dai giochi a 52 non ancora compiuti: eppure fino a sette mesi fa, quando venne riconfermato alla guida dell’Abi, nonostante le prime crepe nei conti e nelle strategie di Rocca Salimbeni, per l’avvocato catanzarese fattosi banchiere era quasi impossibile riuscire a pagarsi un caffè di tasca propria.

Oggi, invece, se chiedi in giro dell’uomo che una provincia intera portava in palmo di mano, ottieni in cambio solo un campionario d’insulti irriferibili che spaziano da «pifferaio magico» fino addirittura a «stupratore». Di una banca, di una città, di un microcosmo che si credeva paradiso dell’economia sociale di mercato e si è risvegliato nell’inferno della finanza tossica. Poiché la storia di una comunità è sempre più complicata di quanto possa apparire dal destino dei suoi monumenti, però, bisogna fare un passo indietro.

Il 15 luglio 2010, quando Mussari viene nominato per la prima volta presidente dell’Abi, le agenzie di stampa sputano a getto continuo le felicitazioni del gotha politico della città. Eleonora Meloni, allora giovane segretario del Pd senese, esulta: «Esprimo a nome di tutto il Partito democratico le congratulazioni a Mussari. La scelta dell’Abi premia la competenza e la professionalità mostrate in questi anni». Seguono altri messaggi dello stesso tenore: dal sindaco Franco Ceccuzzi all’assessore regionale ai Trasporti Luca Ceccobao («Una nomina meritata per il lavoro svolto a Siena, alla guida di una banca della quale la crisi ha fatto riscoprire le virtù tradizionali»), dal presidente della provincia, Simone Bezzini, a Lionello Mancini, successore di Mussari al vertice della fondazione. Un mese dopo sono tutti in prima fila ad applaudire il presidente foresto, invitato alla Festa del Pd per parlare di problemi del credito, moderatore d’eccezione l’europarlamentare fiorentino Leonardo Domenici.

Quello fu forse il momento di massima popolarità, ma la luna di miele con il sistema Siena durò ancora un paio d’anni. Quando andava a piedi dal suo loft di via Montarini alla sede Mps stringeva mani e distribuiva baci come una celebrity, sforzandosi di vincere la sua nota ritrosia: artigiani, commercianti, contradaioli. In tribuna, quando giocava la Mens Sana Basket, altra istituzione da lui generosamente foraggiata, era una gara continua a farsi ritrarre con lui, sciarpa al collo e V di vittoria in favore della telecamera. Fuori dal suo ufficio facevano anticamera i membri della curia e quelli della deputazione (l’organo d’indirizzo della Fondazione Mps, cencellianamente spartito), la stessa deputazione che oggi, per bocca di Antonella Buscalferri, si appella al «non c’eravamo accorti di nulla». Come i sindacati, Cgil in testa, che nella stagione d’oro approvavano i piani industriali del management con percentuali bulgare e oggi chiedono di ridiscuterli punto per punto. Come Mario Rosati e Alessandro Piazzi, rispettivamente direttore generale della fondazione Qualivita e numero uno della multiutility cittadina Estra. Il primo si è defilato in fretta, il secondo (che è anche membro della deputazione) è addirittura considerato uno dei migliori sponsor della gestione Profumo-Viola.

Ma va da sé che il voltafaccia più clamoroso è stato quello riservatogli da Ceccuzzi, che in passato ha goduto del pieno appoggio dei Mussari boys e ora, di nuovo in corsa per la poltrona di sindaco dopo il commissariamento del comune, è fresco teorico della discontinuità tra politica e banca. «Lui che di Mussari è stato amico e testimone di nozze, e che lo ha persino avuto come moderatore a uno degli appuntamenti finali della campagna elettorale. Bizzarro, no?» osserva Raffaele Ascheri, il blogger senese che per primo rivelò l’esistenza del derivato Alexandria e che suo malgrado sarà l’artefice del prossimo faccia a faccia tra i due, che quando ancora filavano d’amore e d’accordo lo avevano citato per diffamazione. L’udienza si terrà il 15 di marzo.

Anche l’opposizione, va detto per correttezza, ha avuto la sua parte in commedia: almeno fino a quando le mammelle di banca e fondazione assicuravano a tutti prebende, favori, rendite. E allora forse non è un caso se uno dei pochissimi attestati di condanna sia arrivato dalla giunta di Chiusdino, il paese del Mulino bianco, che ha chiesto al gruppo dirigente del Pd senese di fare un passo indietro. Mozione respinta e silenziata. Finora l’unico che un passo indietro l’ha davvero fatto è Mussari.

Mentre al riparo dalle spesse tende di casa si prepara al secondo interrogatorio, previsto per il weekend del 16 febbraio, chi l’ha avvicinato lo descrive stressato e impaurito. Anzi, terrorizzato: a un amico avrebbe addirittura confessato di temere di fare la fine di Roberto Calvi. Tutte le fonti concordano, anche se avere una conferma ufficiale è impossibile: la moglie si nega al telefono e non si fa vedere in azienda (un gruppo di holding che comprende, oltre al complesso degli Agostoli, altri due alberghi, e che è esposto presso l’Mps per 12 milioni di euro complessivi), ma ad alcuni dipendenti ha confermato di volersi prendere una pausa per stare vicina al marito. Mentre il fratello minore Riccardo, docente di economia e public management all’ateneo cittadino, respinge le domande del cronista: «Se cerca informazioni da me, ha sbagliato indirizzo» dice prima di abbassare la cornetta.

Dimagrito e deluso, Mussari può contare sulle dita di una mano quelli che gli hanno manifestato solidarietà, pubblica o privata. C’è Paolo, compagno di tressette e di serate dai tempi della Fgci. C’è Andrea Bellandi, ristoratore ed ex consigliere del Siena calcio. C’è Luisa Torchia, avvocato e catanzarese come lui, docente di diritto a Roma3 e consulente legale di Mps e fondazione. Ci sono gli amici dell’Istrice, contrada della moglie, che nel 2008 vinse un palio grazie a Giadel Menhir, cavallo acquistato dallo stesso presidente dell’Mps. Nei primi giorni dello scandalo l’ex re di Siena l’ha montato qualche volta, per rilassarsi, accompagnato da Aceto e Acetello, al secolo Andrea De Gortes e suo figlio Antonio, presidente del Montepaschi Leasing e su cui penderebbe ora l’accusa di turbativa d’asta e infedeltà immobiliare in relazione alla gestione. Fantino leggendario il primo, ex gestore di locali notturni catapultato alla vicepresidenza dell’Mps Factoring per intercessione mussariana il secondo. Ma almeno lui ha il pregio di non accodarsi all’italico vizio di abbattere le statue.

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