Mps, banca spazzatura. Ma siamo sicuri?

Dopo il giudizio dell'agenzia Moody's il titolo è crollato in Borsa. Ma l'errore è tenerne conto

La sede del Monte dei Paschi di Siena (Credits: GIUSEPPE CACACE/AFP/GettyImages)

Sergio Luciano

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Se il comandante Francesco Schettino si mettesse a fare il commentatore sportivo e dicesse che, per esempio, Paul Cayard ha sbagliato le sue manovre all'ultima Coppa America di vela, lo staremmo a sentire o lo manderemmo a quel paese? E se Moody's si pronuncia sul Monte dei Paschi di Siena, declassando al livello di “spazzatura” il suo debito, perchè il sistema finanziario la sta a sentire, visti i disastri conclamati di intempestività, incompetenza e forse peggio che - come le altre agenzie di rating - ha compiuto negli ultimi anni?

La risposta è semplice: il sistema finanziario non “sta a sentire” Moody's, anzi ha assoluta indifferenza per il “merito” dei suoi giudizi, che considera – quelli sì – spazzatura. Sono anni, infatti, che i rating si manifestano, sistematicamente, o tardivi e quindi puramente “asseverativi del già noto”, o sballati, quando tentano di anticipare i trend. Il guaio è che, com'è ovvio in un contesto altamente competitivo, i grandi operatori di mercato non hanno ancora condiviso un comportamento comune da assumere di fronte a questi declassamenti, e quindi nessuno si azzarda a “non reagire” ad essi, per paura che gli altri lo facciano.

Risultato, i titoli delle società declassate risentono ancora in Borsa dei brutti voti (ieri, Mps ha perso il 6,36% in Borsa). Ma, solitamente, recuperano in poche sedute il terreno perduto.

Il caso Montepaschi, però, è ancora diverso dagli altri. Non per la reazione avuta dalla banca contro l'agenzia: sono anni, infatti, che le grandi società declassate reagiscono mandando a quel Paese i declassatori e, di solito, possono poi vantarsi di aver avuto ragione. Il Montepaschi insomma non è la prima e non sarà l'ultima società a contestare il downgrade. La specificità di questo caso non risiede neanche nelle considerazioni “di merito”, pur significative, che il Monte oppone al downgrade: che il piano industriale è entrato in funzione da appena tre mesi avendo un orizzonte di efficacia di tre anni, che stanno per arrivare “Tremonti Bonds” per 1,5 miliardi, che è stato appena varato 1 miliardo di aumento di capitale. Sono tutte cose importanti, ma non sono ancora la “chiave” del futuro.

La vera novità – rivoluzionaria – sulla strada del Monte è che la crisi ha fatto saltare, definitamente (qualcuno lo dica, a Moody's) l'anomala “cappa” proprietaria che soffocava la banca, cioè il controllo azionario assoluto che la Fondazione esercitava sull'istituto. La Fondazione Montepaschi era l'unica, in Italia, ad aver sfacciatamente disapplicato la legge che imponeva a tutti questi enti di cedere il controllo delle banche.

Mentre le altre grandi fondazioni bancarie – Cariplo, Sanpaolo, Carifirenze – pur traccheggiando nei tempi e nei modi, hanno via via ridotto le loro percentuali di controllo, fino a ridursi a poca cosa o, addirittura a uscire dalle banche (come provvidenzialmente fece la Fondazione Roma da Capitalia), quella senese ha protervamente e autolesionisticamente resistito, agli ordini di un'immobilismo dalla duplice, viziata matrice: quella politica e quella iperlocalista. Perpetuando dentro un istituto di credito per molti altri versi eccellente, aspetti gestionali da socialismo reale, con familismi, micro-lobbismi, ipersindacalizzazione eccetera.

L'eccellente patrimonializzazione della banca avrebbe permesso che quest'anomalia si perpetuasse per l'eternità se l'azzardo di Antonveneta, e il momento in cui fu compiuto, non avesse destabilizzato l'antico equilibrio. Come ha argutamente scritto qualcuno, acquisire per quasi 10 miliardi di euro la grande banca popolare veneta nel 2007 è stato per il Monte come sarebbe stato per un qualunque signor Yuki comprare casa a Fukushima un mese prima della catastrofe nucleare.

Quella voragine nei conti ha costretto la banca negli ultimi 5 anni a una serie di manovre, ancora tutt'altro che finite, per recuperare stabilità ed ha marginalizzato la Fondazione, oggi ridottasi al 35% del capitale ma già chiaramente destinata a scendere al 20%, non avendo soldi per far fronte alla quota di propria comoetenza della prossima ricapitalizzazione. Addio socialismo reale, addio iperlottizzazione familistico-sindacale, basta anomalie: il futuro dell'istituto potrà essere gestito bene o male ma, se non altro, soltanto in base alle dinamiche fisiologiche di qualunque banca e non anche alle logiche arcaiche e insostenibili che avevano dominato per decenni.

Tutto ciò sta per trovare compimento in un altro atto formale, auspicato ufficialmente dal nuovo presidente Alessandro Profumo e ormai raccomandato imperativamente anche dalla Banca d'Italia: l'abolizione dello sbarramento al 4% per il possesso azionario dei singoli azionisti diversi dalla Fondazione nel capitale del Monte.

Era una norma scritta appunto per blindare il controllo dell'ente sulla banca, che verrà quanto prima abrogata, rendendo l'istituto virtualmente contendibile sul mercato e quindi rendendone finalmente i titoli appetibili anche per quella speculazione che sarà pure fonte di tanti guai, ma è anche il sale del mercato. Di tutto questo Moody's non tiene conto ma, come dire: dov'è la notizia? L'errore è tener conto di Moody's.

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