Mps, i Monti Bond e i pericoli per la Fondazione

Tra i dubbi su come e quando restituire il prestito allo Stato, ripartono i giri di poltrone a Siena. Ma il potere da spartirsi, questa volta, è ridotto a poche briciole

Il presidente della fondazione Mps Gabriello Mancini (credits: Niccolò Cadirni/Ansa)

Gianluca Ferraris

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Le pulizie vanno avanti e anche la ricerca di un equilibrio finanziario accettabile procede, seppure tra mille difficoltà. Ma dopo l’assemblea di ieri del Monte dei Paschi di Siena le incognite sul futuro della banca più antica d’Italia restano tante. A cominciare dai Monti-Bond e dall’assetto azionario dell’istituto, questioni che chiamano direttamente in causa l’ente di controllo Fondazione Mps e i suoi (non pochi) problemi.

Andiamo con ordine. Dopo aver approvato il bilancio d’esercizio al 31 dicembre 2012 (chiuso con 3,1 miliardi di perdita e cospicue svalutazioni contabili relative a derivati ed altri strumenti finanziari in parte finiti nel mirino della magistratura senese) il presidente Alessandro Profumo ha confermato che Mps non è ancora sicura di trovare le forze necessarie a restituire allo Stato italiano i 3,9 miliardi di euro ricevuti tramite i Monti-bond . “Ritengo che ce la possiamo fare, ma nulla è scontato”, ha scandito il numero uno di Rocca Salimbeni, ribadendo la decisione di far scivolare comunque il rimborso al 2016: fino a quella data sarà dunque difficile, se non impossibile, distribuire dividendi anche in caso di bilanci molto positivi. Si arriverebbe così a un’inedita striscia di otto anni senza remunerazione dei soci, se si esclude l’esercizio 2010.

Servirebbe un aumento di capitale e qualcuno tra i piccoli azionisti, già prima di ieri, si era spinto a chiederne la calendarizzazione. Profumo però ha precisato  che "non è possibile nemmeno pensarci” dato che per realizzarlo occorrerebbe il via libera preventivo al prestito straordinario: via libera che però Bruxelles tarda a concedere e di fatto costringe il management in un angolo. Se si arrivasse alla ricapitalizzazione, comunque, Profumo è certo: "Cercheremo azionisti che condividano il progetto, ma che non saranno un altro gruppo bancario". Di certo nazionalizzare Mps, come ventilato da più parti, “non è al momento tecnicamente possibile perchè le regole europee chiariscono che un eventuale ingresso dello Stato in caso di fallito rimborso dei Monti-Bond avrebbe come conseguenza trovare soluzioni alternative per far uscire in tempi brevi l'azionista pubblico". In caso contrario "il futuro della banca non sarebbe più definito da questa assemblea".

Un mezzo vicolo cieco, insomma. Dal quale rischia di non riuscire a tirarsi fuori nemmeno l’azionista di maggioranza relativa, quella Fondazione Mps diventata, a torto o a ragione, l’emblema del condizionamento politico e salottiero sulle sorti della città e della banca (nella sua assemblea siedono i rappresentanti di enti locali, associazioni di categoria, terzo settore e Curia) e contemporaneamente della non contendibilità del suo controllo.

In questi giorni la contraddizione si è fatta ancora più evidente: alla fine di maggio, dopo un anno di commissariamento, si torna a votare per il sindaco di Siena e la prima domanda che ciascun candidato alla poltrona di primo cittadino si sente inevitabilmente porre in ogni dibattito è “Chi nominerai in Fondazione?”. Gli attuali vertici andranno infatti a scadenza alla fine di luglio e toccherà ai loro successori prendere le decisioni più delicate.

L’attuale gruppo dirigente, per bocca del presidente Gabriello Mancini, ieri si è limitato infatti ad approvare l’azione di responsabilità nei confronti dei vecchi vertici di Mps (l’ex direttore generale Antonio Vigni e l’ex numero uno Giuseppe Mussari) e degli istituti stranieri Nomura e Deutsche Bank per le operazioni Alexandria e Santorini, senza sbilanciarsi neppure sull’eventualità di una seconda causa risarcitoria, comunque probabile, da intraprendere autonomamente in quanto principale azionista.

In attesa di capire che succederà sul piano legale, la Fondazione deve fare i conti anche con la riforma del proprio statuto interno: proprio oggi nella sede di Palazzo Sansedoni sono iniziate le consultazioni sulla base delle proposte giunte da comitati cittadini ed enti territoriali. I documenti sono una dozzina in tutto, e a parte l’indicazione generica di una riduzione delle poltrone “deputate” (la deputazione è il parlamentino interno che stabilisce le linee di indirizzo, quindi in pratica la distribuzione delle risorse) non presentano molti punti di contatto tra loro.

Mentre ancora ci si spartiscono le briciole del potere che fu, qualcuno non ha potuto fare a meno di notare un altro paio di bordate lanciate ieri da Profumo: Mps, ha detto il presidente, deve rimuovere il limite che impedisce ai soci industriali di superare il 4% del capitale. "Ce lo ha chiesto Bankitalia e ce lo chiede la Ue" perché è "un ostacolo alla qualità della governance". E anche perchè, come ricordato, in caso contrario la ricerca di un partner rischierebbe di fallire e l’istituto dovrebbe definitivamente rassegnarsi all’ingresso dello Stato nel capitale. Opzione che però “finirebbe per far fallire la Fondazione”.

Per capire quanto il ruolo e la capacità di influenza politico-economica di Fondazione Mps si siano ridotti, del resto, non occorre essere esperti di ingegneria finanziaria. Basta mettere in fila i numeri: nel 2007, alla vigilia dell’operazione Antoneventa, la fondazione controllava la maggioranza assoluta di una banca che capitalizzava 11,4 miliardi di euro. Meno di sei anni dopo si ritrova al 34,1% dello stesso istituto, che però di miliardi ne vale appena 2,5.

Non basta, perché quel portafoglio azioni, pur rappresentando (insieme alla sede e ad alcune partecipazioni) l’unico asset tangibile della Fondazione, ha assunto ormai un carattere virtuale proprio a causa dei debiti contratti per finanziare il deal sulla banca del Nordest.  All’epoca infatti Mps finanziò l'operazione con un aumento di capitale da 4,97 miliardi in opzione ai soci, un'emissione di strumenti ibridi per 2,16 miliardi, un finanziamento ponte da 1,56 miliardi concesso da un pool di banche e infine un aumento da 950 milioni riservato a JP Morgan che servì per la costruzione del Fresh, uno degli strumenti complessi su cui ha acceso un faro la magistratura senese. Metà del Fresh fu sottoscritto proprio dalla Fondazione Mps che dovette contrarre debiti con altre banche, poi garantiti dal pegno sulle sue azioni Mps.

A causa di quel debito, la Fondazione che controllava saldamente la banca ha già ammesso che dovrà scendere sotto il 33,5% e si ritrova libero da pegno escutibile appena l'1,44% del suo attuale 34,9%. Un po’ poco per pensare, in futuro, di poter continuare a fare il bello e il cattivo tempo sulle scelte della banca. Soprattutto se, come dimostrato finora, non sempre si sono avallate quelle giuste e in grado di creare valore per il territorio.

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