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Mps, la situazione della banca dopo il salvataggio

Sarà controllato al 70% dallo Stato e avrà quasi un terzo di filiali in meno rispetto a oggi. E finalmente (si spera) tornerà a esser solido

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Andrea Telara

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Con meno dipendenti e meno filiali rispetto a oggi, ma con le spalle ben più robuste. Sarà così, o almeno si spera, il Monte dei Paschi di Siena (Mps) dopo il piano di salvataggio varato ieri dai vertici della banca capitanata da Marco Morelli. L’istituto toscano, come sa bene chi ha seguito le cronache di questi giorni, farà una maxi-scorta di capitale per oltre 8 miliardi di euro: 5 miliardi circa verranno messi dallo Stato e altri 3 saranno rastrellati convertendo in azioni le obbligazioni subordinate, cioè trasformando in capitale una parte dei debiti dell’istituto.

Una volta effettuata la ricapitalizzazione, ci sarà un piano di tagli al personale con la soppressione di 5.500 posti in un triennio, di cui quasi un terzo già entro la fine del 2017, Ci sarà anche la chiusura di 600 filiali, il 30% del totale. Inoltre, è prevista pure la cessione di ben 26,1 miliardi di euro lordi di crediti deteriorati (npl), attraverso una maxi-cartolarizzazione, cioè impacchettando i prestiti sofferenti in titoli finanziari che verranno poi venduti sul mercato.

Controllata dallo Stato

Che ne sarà di Mps dopo questa cura da cavallo? La realtà destinata a nascere dal piano di salvataggio messo in cantiere è  una banca controllata (almeno temporaneamente) dallo Stato con una quota del 70-71%, giacché l’aumento di capitale è stato finanziato principalmente dal governo. Una partecipazione del 25-27% sarà invece in mano ai possessori dei bond subordinati (si tratta di investitori istituzionali) che saranno costretti a convertire le loro obbligazioni in azioni. Un fetta residuale del 2-3% rimarrà invece agli attuali azionisti che si ritroveranno dunque in mano un quota ridotta al lumicino.

Più solida

Più che la composizione dell’azionariato, però, nella nuova Mps saranno importanti i fondamentali di bilancio. Se tutto filerà liscio, sicuramente saranno ottimi fondamentali. Entro il 2021, l’utile netto dovrebbe attestarsi a 1,2 miliardi di euro mentre la quota dei prestiti sofferenti sul totale dei crediti dovrebbe scendere dal 34% circa di oggi a meno del 13%. Il rapporto tra costi e ricavi (cost/income ratio) è previsto in calo dal 60% al 50% circa in un quadriennio e infine l’indice di solidità patrimoniale Cet 1 dovrebbe salire dall’8,2% di oggi al 14,7%, ben al di sopra dei livelli minimi richiesti dalla Banca Centrale Europea (Bce) e quasi in linea con le migliori banche italiane.





Alla fine, insomma, Mps dovrebbe uscire dal piano di salvataggio come un istituto di credito finalmente libero dalle zavorre che gli hanno impedito finora di rimettersi in sesto. L’augurio è che, da questo momento a in poi, tutto fili liscio sulla strada del risanamento.

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