Mps, la crisi e gli undici protagonisti

Dal 'commissario' Alessandro Profumo al dimissionario Mussari passando per Monti, Visco e Tremonti

Alessandro Profumo, presidente di Mps (Credits: DANIELE SCUDIERI / Imagoeconomica)

Stefano Cingolani

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Assemblea degli azionisti o comizio? La gravità del momento e la vicinanza delle elezioni ha trasformato l'assemblea Mps di venerdì 25 gennaio in uno show con Beppe Grillo che sale sul proscenio fin dalla prima mattinata, davanti agli occhi elettronici di mezzo mondo. È proprio il comico-politico a dare il la lanciando l'idea di un commissariamento. "Ci vorrebbe un Bondi, come nel caso Parmalat", perché lo scandalo del Monte dei Paschi di Siena è persino peggio, qualcosa a metà con Tangentopoli. E le notizie che emergono sembrano dargli ragione. Un commissario? Ma non esiste già di fatto, pur senza averne i pieni poteri? È per questo che la ribalta su tutti gli uomini del Monte si apre da lui, l'ultimo arrivato.

- Alessandro Profumo, il banchiere che in dieci anni ha trasformato il vecchio Credito Italiano nella più internazionale banca italiana, ma anche la più esposta alle maree della crisi finanziaria. È la più esposta in derivati, è quella che nell'autunno 2008 rischia brutto dopo il crac di Lehman Brothers. Profumo viene scelto per sostituire Giuseppe Mussari e si insedia all'assemblea del 27 aprile. Poco dopo si materializza lo spettro di Alexandria, arriva la finanza, entra in scena la magistratura. Le operazioni anomale di controllate estere erano state scoperte dagli ispettori della Banca d'Italia nel 2010.

- Giuseppe Mussari viene rimosso e promosso a  presidente dell'ABI, l'associazione delle banche italiane. Tocca a  Giovanni Bazoli convincere Profumo (allora al vertice di Unicredit). Ma  sulla sua gestione pesa un macigno più grande del tentativo di  imbellettare i bilanci, perché i guai (guai davvero seri per la banca  senese) cominciano con l'acquisto di Antonveneta, pagata quasi dieci  miliardi di euro mentre ne valeva sì e no sei. Mps non aveva i  quattrini, chiede un enorme aumento di capitale e ciononostante mise  sotto stress l'intero assetto finanziario. Era l'inverno 2007-2008,  quando era ormai scoppiata la crisi dei subprime. Ora pende una  inchiesta giudiziaria, con sospetti su posizioni estere rientrate con lo  scudo fiscale (lo ha scritto il Giornale). È un macigno ben più grande di Alexandria e Santorini.

- Ignazio Visco, governatore della banca centrale, sostiene in un comunicato ufficiale che il contratto Alexandria era stato nascosto anche alla vigilanza. E nessuno dubita della parola del governatore. Tuttavia le anomalie erano state riscontrate, eccome. Le videro prima degli altri i vigilanti di via Nazionale, poi anche gli ispettori dell'Eba, l'autorità bancaria europea ai primi del 2011 capirono che il Montepaschi aveva pochi liquidi e scarsi capitali. E arrivano per la seconda volta i ranger di palazzo Koch. Prima di Natale si decide che il vertice deve cambiare e a gennaio 2012 se ne va il direttore generale Antonio Vigni. Ma resta la domanda: che cosa sapeva la Banca d'Italia? Pensava di poter risolvere la crisi in famiglia? Lo ha fatto per non turbare la stabilità del sistema?

- Vittorio Grilli ha accusato la Banca d'Italia di non aver fatto il suo dovere. Ma più che con gli ispettori, ce l'ha evidentemente con i vertici a cominciare da Mario Draghi. Tra i due s'è accumulata molta ruggine perché Draghi no lo ha voluto come suo successore. Ma questa volta parla da ministro del Tesoro e sono accuse che non possono cadere nel vuoto.

- Mario Monti è entrato dalla porta secondaria con i suoi bond che sembravano una soluzione tecnica, invece lo scandalo Montepaschi si trasforma in un problema politico di primo piano. Nella veste di capo del governo ancora in carica, deve vedersela con l'accusa di aver voluto lavare i panni per così dire in famiglia. Nella veste di candidato cerca di trarre vantaggio dalle evidenti difficoltà di Pier Luigi Bersani. "Il Pd c'entra", ha detto ieri, "basta con la commistione tra politica e banche". Vasto programma, davvero. Nell'agenda Monti non c'era, ma si può sempre aggiungere.

- Antonio Vigni, insieme a Mussari, interpreta la parte del cattivo. È un prodotto autoctono assunto al Monte nel 1972 alla tenera età di 19 anni, sale meticolosamente ogni gradino della scala fino a diventare vice direttore generale del 2000. Un anno dopo arriva Mussari alla Fondazione e Vincenzo De Bustis alla direzione generale. Quando tre anni dopo De Bustis passa a Deutsche Bank, a Vigni si schiudono le porte. Con il passaggio di Mussari alla banca, sarà Vigni l'uomo macchina.

- Fabrizio Viola è l'uomo che sostituisce al vertice operativo Antonio Vigni con il compito di far pulizia. E' lui l'Eraser. Ha lunga esperienza nelle banche popolari, in Emilia Romagna e poi dal 2004 al 2008 alla Banca popolare di Milano. I bilanci, le carte come si dice sono in mano sua. A maggio dovrebbe entrare in consiglio come amministratore delegato. Ha un compito da far tremare le vene ai polsi.

- Franco Ceccuzzi, deputato nella XV e XVI Legislatura, rispettivamente per L'Ulivo e PD. Eletto sindaco di Siena nel 2011, il 20 maggio 2012 ha annunciato le sue dimissioni, legate principalmente alla crisi finanziaria che ha colpito il Monte dei Paschi di Siena. Ora è in campagna elettorale per il Pd. È uno dei pochi a non dividersi tra politica e lavoro al Mps. A differenza dai suoi predecessore Maurizio Cenni, Pierluigi Piccini, Vittorio Mazzoni Della Stella il quale, ormai fuori da tutto, racconta: "Erano gli anni del consociativismo. La tradizione voleva che il sindaco fosse socialista, il presidente della Provincia comunista e alla Dc, all’opposizione, spettava la Banca. E così a metà del secondo mandato da sindaco (socialista), novembre 1990, per un accordo fra Psi e Pds mi dimisi e lasciai spazio a Pierluigi Piccini".

- Gabriello Mancini è il presidente della Fondazione, quindi l'azionista di maggioranza. Ieri all'assemblea ha detto di essere pronto ad azioni di responsabilità e vuole fare chiarezza. Ha dato il via libera all'aumento di capitale da 4,5 miliardi e si è impegnato a restituire i Monti bond (3,9 miliardi). Non molto presto, perché il risanamento sarà lungo, durerà anni. Sempre che la magistratura non tiri fuori qualche altro scheletro dagli armadi.

- Vincenzo Visco, in realtà, non è un uomo del Monte, semmai un uomo contro il Monte. L'economista dei Ds, ex ministro delle Finanze e del Tesoro, ha più volte messo in guardia dall'autoreferenzialità del sistema senese, si è mosso anche con iniziative legislative per far scendere la Fondazione e rendere Mps una banca normale, avrebbe voluto fonderla con Bnl e il Banco de Bilbao, o magari con il Sanpaolo di Torino. È diventato il nemico pubblico numero uno dei Ds senesi. Contraddizioni in senso al popolo le avrebbe chiamate Mao Tsedong. I senesi del resto hanno rotto con Massimo D'Alema e i dalemiani quando rifiutarono di appoggiare Unipol nella scalata a Bnl. La diaspora da allora si è approfondita.  

- Giulio Tremonti è passato al contrattacco. Anche lui ce l'ha con Draghi, allora governatore della Banca d'Italia, e con chi vuole assimilare i suoi bond a quelli di Monti che non sono riservati a tutte le banche, ma vengono ritagliati su misura per Siena, non sono accompagnati da alcun impegno a finanziare le piccole e medie imprese, e sono restituibili anche con altri strumenti finanziari non con denaro liquido. Insomma, sono un vero salvataggio pubblico.

Se è così, allora, tanto vale davvero dare a Profumo i poteri di commissario.
   

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