Mps - Bankitalia, la banca è la proprietaria del suo controllore

Nel capitale di Via Nazionale figurano i colossi del credito e assicurativi nostrani, tra cui Rocca Salimbeni con 7.500 quote, accanto a Intesa Sanpaolo, UniCredit e Generali

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Massimo Morici

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Ha voglia il ministro Grilli a spiegare giovedì che i controlli su Mps li hanno fatti quelli di Via Nazionale e non il Tesoro, perché solo Bankitalia "può dare informazioni e chiarimenti" in merito.

Il giorno prima, infatti, Palazzo Koch si era già lavato le mani: in una nota ufficiale aveva comunicato che gli ex dirigenti della banca senese (tra cui Giuseppe Mussari , costretto alle dimissioni martedì dalla presidenza Abi) avevano occultato i dettagli delle tre operazioni strutturate in Btp , notificate solo lo scorso ottobre e che possono gravare per 750 milioni nel bilancio 2012. Ma possiamo fidarci dell’operato dell’authority?

Per esempio Report sul sito del Corsera segnala come dalla relazione della Vigilanza di Bankitalia relativa alla visita fatta a Mps nel 2010 siano emersi alcuni punti di debolezza, tra cui quello che riguarda il risk management, "che non riscontra le valorizzazioni dei fondi hedge e di private equity, né le posizioni detenute da numerose controllate estere", le stesse che hanno portato avanti  le famose operazioni Alexandria e Santorini, di cui oggi Bankitalia dice di non sapere nulla.

Eppure, sempre quell’ispezione segnala come "alcuni investimenti a lungo termine presentano profili di rischio non adeguatamente controllati né riferiti dall’esecutivo all’organo amministrativo. In particolare si sono determinati consistenti assorbimenti di liquidità (oltre 1,8 miliardi) riferiti a due operazioni, del complessivo importo nominale di 5 miliardi di euro, stipulate con Nomura e Deutsche Bank Londra", guarda caso le operazioni Alexandria e Santorini finite ora nel mirino degli inquirenti.

Bankitalia, dunque, sapeva e ha preferito insabbiare tutto? I più maliziosi fanno notare che, a guardare bene, il controllore è sempre stato in mano alle banche stesse che dovrebbe controllare.

Stando allo statuto della banca centrale approvato a fine 2006, il capitale della Banca d’Italia, pari a 156.000 euro, risulta aperto ai privati e "suddiviso in quote di partecipazione nominative di 0,52 euro ciascuna, la cui titolarità è disciplinata dalla legge".

Il trasferimento delle quote, però, "avviene, su proposta del Direttorio, solo previo consenso del Consiglio superiore, nel rispetto dell’autonomia e dell’indipendenza dell’Istituto e della equilibrata distribuzione delle quote".

E nell'articolo 1 dello statuto si garantisce che "nell’esercizio delle proprie funzioni, la Banca d’Italia e i componenti dei suoi organi operano con autonomia e indipendenza  nel rispetto del principio di trasparenza, e non possono sollecitare o accettare istruzioni da altri soggetti pubblici e privati".

Ma se le regole mettono dei paletti, chi sono alla fine i "padroni" di Via Nazionale? Di sicuro non lo Stato. Tra i partecipanti al capitale (qui il documento ufficiale), infatti, oltre all’Inps, figurano i colossi assicurativi e del credito nostrani: Intesa Sanpaolo con 91.035 quote (50 voti) e altrettanti 18.602 (pari a 41 voti) tramite la controllata Carisbo; UniCredit, che di quote ne ha 66.342 quote (50 voti); e Assicurazioni Generali con 19.000 (pari a 42 voti).

Scorrendo la lista, all’ottavo posto per numero di quote compare Monte Paschi di Siena con 7.500 quote (pari a 19 voti).

Un elenco che ha alimentato i sospetti sull’autonomia del controllore, anche se Banca d’Italia non è una spa, ma un istituto di diritto pubblico, e quindi segue regole di funzionamento diverse da quelle di una normale società per azioni. I soci, infatti, hanno molti meno poteri rispetto a quelli che controllano una banca "normale".

Ma all’estero è così? Confrontandola con quella dei principali partner europei, l'Italia rappresenta un’eccezione. Bank of England, la banca centrale britannica che stampa la sterlina di Sua Maestà, per secoli è stata in mano a privati: è stata nazionalizzata nel 1946.

Tra i paesi che hanno adottato l’euro, le due banche centrali più importanti sono in mani pubbliche: lo è la Banque de France ; lo è soprattutto la Bundesbank (o Buba), la banca centrale che fa il bello e cattivo tempo nell’area euro, forte di un capitale di 2,5 miliardi di euro.

Ma anche in questi tre casi l’autonomia non è esente da altri pericoli: quelli della politica, per esempio.  

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