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Mps, perché l'aumento di capitale è un bail-in mascherato

Le associazioni dei consumatori (e non solo) criticano l'operazione di salvataggio del Monte dei Paschi di Siena. Troppi rischi per gli obbligazionisti

Monte-Paschi

Andrea Telara

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Un ribasso del 7,5% a metà pomeriggio. E' la performance a Piazza Affari del titolo Monte dei Paschi di Siena (Mps), nel giorno successivo al via libera dei soci della banca all'aumento di capitale. Per ora il mercato non sembra certo aver accolto trionfalmente l'operazione varata ieri dall'assemblea straordinaria.

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Più che agli investitori di borsa, però, l'aumento di capitale non piace ad alcune associazioni dei consumatori, che difendono i diritti degli obbligazionisti. Tra le più agguerrite ci sono come sempre l'Adusbef e Federconsumatori. Entrambe hanno definito il salvataggio di Mps un “bail-in mascherato”, cioè una sorta di fallimento pilotato come previsto dalle nuove regole europee, che impongono di far pagare ai risparmiatori i costi del crack di un istituto di credito (senza pesare sulle casse pubbliche). Le due associazioni non si sono mai risparmiate nella vis polemica ma, almeno questa volta, hanno usato la stessa identica espressione di un osservatore competente e solitamente pacato nei toni: l'economista Angelo Baglioni, docente alla Cattolica di Milano ed editorialista del sito Lavoce.info.


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Proprio su Lavoce, Baglioni ha messo in evidenza i punti deboli del piano di salvataggio del Monte dei Paschi di Siena. “Ciò che Mps propone ai suoi obbligazionisti (subordinati)”, scrive l'economista, “è una conversione del loro credito in azioni della banca”. Baglioni sottolinea come l'offerta di conversione sia però accompagnata da una minaccia neanche troppo velata, contenuta nel comunicato diffuso dall’istituto.


Se l’operazione di conversione di debito in azioni non dovesse avere un esito soddisfacente, sostengono i vertici di Mps, “è verosimile che la banca non riesca a portare a termine l’aumento di capitale”previsto per tornare in condizioni di continuare a operare. In tal caso, si aprirebbero dunque le porte della procedura del bail-in che prevede la possibilità di trasformare in maniera forzata i bond subordinati in azioni. “Come dire: o aderite all’offerta di conversione volontaria, oppure la conversione diventerà obbligatoria”, sottolinea ancora Baglioni. Non va dimenticato, però, che molte delle obbligazioni subordinate oggetto dell'offerta sono detenute anche da piccoli risparmiatori che si trovano dunque di fronte a una scelta difficile.


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Meglio sarebbe stato, secondo Baglioni, se il governo avesse scelto di salvare Mps attraverso una ricapitalizzazione con soldi pubblici. Non è vero, infatti, che le regole europee non lo consentono, come sembrerebbe a prima vista. In realtà, secondo l'economista della Cattolica, quando c'è di mezzo una banca di importanza sistemica come Mps, l'intervento dello stato è ancora possibile in via eccezionale. Perché dunque il governo non ha preso in considerazione questa ipotesi?


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