Edoardo Frittoli

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Sessant' anni fa, alla fine dell'agosto 1959, vedeva la luce una delle automobili più iconiche del mondo: la Mini.

Il prototipo fu presentato ai vertici della BMC (British Motor Corporation) dal suo progettista, l'eccentrico Alec Issigonis. Il designer aveva accolto la richiesta della casa britannica nel 1956 per una piccola utilitaria che fosse in grado di alloggiare comodamente 4 passeggeri e di poter caricare anche qualche bagaglio. La vettura doveva essere affidabile ed economica nei consumi, una decisione presa all'indomani della crisi petrolifera generata dalla questione di Suez.

Issigonis, nativo di Smirne e solamente diplomato in ingegneria navale, era tuttavia dotato di un estro particolare che aveva dimostrato già nell'immediato dopoguerra. Dopo tre anni di lavoro incessante e migliaia di schizzi realizzati persino sui tovaglioli degli alberghi e dei ristoranti, Issigonis presentò un progetto destinato a segnare una tappa fondamentale nella storia mondiale dell'automobile. Le soluzioni studiate erano all'avanguardia per i tempi: il motore (cosa non scontata per l'epoca) era anteriore e soprattutto montato trasversalmente. La posizione del motore 4 cilindri da 848 cc. permetteva di ridurre lo spazio occupato dal motore e di accorciare il cofano anteriore, mentre la trazione anteriore eliminava il tunnel centrale della trasmissione. Il design della nuova utilitaria BMC poteva così dedicare ben l'80% dei volumi all'alloggiamento di 4 passeggeri in soli 3,05 metri di lunghezza. La stabilità di marcia e la perfetta tenuta di strada erano garantite dal bassissimo baricentro che faceva assomigliare la piccola inglese ad un go-kart, anticipando fin dalla sua presentazione il futuro sportivo. L'economicità della produzione era garantita da altre soluzioni particolari come la carrozzeria con le giunture a vista (che caratterizzavano la prima serie con la linea di giunzione tra cofano e abitacolo) e le porte anch'esse incernierate all'esterno. Il bagagliaio era piccolo, ma anche in questo caso Issigonis trovò la quadra incernierando lo sportello in basso, soluzione che permetteva di caricare più di quanto consentito mantenendo semiaperto il bagagliaio. La potenza del propulsore era in linea con le utilitarie europee dell'epoca: 34 cavalli per una velocità massima di 120 Km/h.

I vertici di BMC, dopo aver testato la Mini, ne rimasero entusiasti e ordinarono l'immediato inizio della produzione negli stabilimenti Austin di Longbridge (Birmingham) e la successiva commercializzazione come Morris Mini Minor e Austin Seven, che differivano per pochissimi dettagli. Il successo della Mini fu clamoroso (tanto che nel 1965 le vendite già superarono il milione di esemplari). L'eccezionale stabilità di marcia della piccola inglese colpì uno dei più importanti preparatori britannici, l'ex pilota di Formula 1 John Cooper, che iniziò a studiare una versione elaborata della Mini sin dagli esordi con il motore inizialmente potenziato a 55 cv per 130 Km/h di velocità massima. La Mini Cooper sarà commercializzata a partire dal 1961 con motorizzazioni sempre più performanti (fino a 70 cv e 160 Km/h di velocità massima). Appena un'anno dopo il lancio della Mini 850, la BMC decise di ampliarne la gamma affiancando al modello d'esordio una versione familiare (la Mini Minor Traveller), una giardinetta col passo allungato porte a battente posteriori e profili in legno. La stessa base fu utilizzata per una versione commerciale furgonata e per una oggi rarissima versione pick-up. La famiglia delle Mini si allargò ai marchi di fascia alta del gruppo BMC (oggi scomparsi) con la realizzazione di una versione a tre volumi della piccola inglese con le tipiche code a pinna e inserti di lusso (legno e radica): erano la Riley Elf e la Wolseley Hornet, distinte dalle Mini anche per il frontale classico dotato di griglia verticale simile a quello delle blasonate britanniche come Bentley e Jaguar.

Il 1964 vide importanti novità in termini di soluzioni tecnologiche nel mondo Mini: nasceva una versione dotata di cambio automatico a 4 rapporti (Mini "Matic") mentre le nuove versioni furono dotate di innovative sospensioni adattive Hydrolastic, che funzionavano in coppia tramite il principio dei vasi comunicanti. A seconda delle sollecitazioni del terreno il liquido contenuto nelle sfere veniva trasferito da una sospensione all'altra tramite un tubo, garantendo così un assetto ottimale del piano vettura in ogni condizione del fondo stradale. Nello stesso 1964, fu introdotta una versione completamente ricarrozzata in stile "spiaggina", la Mini Moke. Questa versione completamente scoperta e dotata di un semplice telone in caso di pioggia, ebbe particolare successo sul mercato americano e australiano. Rimarrà in listino fino al 1993. Nel 1967 fu la volta dei nuovi propulsori da 998 cc (38cv), mentre nel 1969 nacque la Clubman (sia berlina che station wagon) con il frontale completamente ridisegnato.

Il fascino "british" della Mini conquistò, alla metà degli anni '60, tutta l'Europa. L'Italia non fu esente dall'appeal "snob" della microvettura simbolo della Swinging London, ma la crescente domanda fu inizialmente ostacolata dai pesanti dazi italiani sulle vetture estere. Per aggirare il problema la BMC decise di iniziare la produzione delle Mini presso gli stabilimenti Innocenti di Lambrate (Milano), che già costruivano su licenza alcuni modelli della casa britannica. La Mini italiana era sostanzialmente uguale a quella inglese, differendo unicamente per gli allestimenti più lussuosi. Il prezzo era sensibilmente inferiore alla Mini importata e passava dal milione alle 860 mila lire per la 850 base la momento dell'immissione sul mercato nel novembre del 1965. L'anno seguente dagli stabilimenti Innocenti uscirà anche la versione italiana della Cooper equipaggiata con un propulsore da 998cc e 56 Cv, portato poi a 1.300 cc. negli anni seguenti.

Il grande successo commerciale della Mini nella seconda metà degli anni '60 fu accompagnato da entusiasmanti successi nel mondo delle competizioni (in particolare nei rally) per la piccola inglese. Dai primi passi mossi dal preparatore John Cooper ai trionfi nei Rally di Monte Carlo passarono solamente 3 anni. La Mini, già di per sè dotata di un'eccellente tenuta di strada, una volta preparata per le competizioni diventava un'avversaria temibilissima. Guidata da campioni come I finlandesi Timo Maakinen, Rauno Aaltonen e dal britannico Paddy Hopkirk le Cooper inanellarono vittorie su vittorie (tra cui un primo, secondo e terzo posto al Rally di Monte Carlo 1965) fino al 1971. Un certo Niki Lauda iniziò la carriera nelle corse proprio al volante di una Mini Cooper S nella primavera del 1968.

La produzione della Mini attraversò tutti gli anni '70 con la gamma sostanzialmente immutata, mentre l'industria automobilistica globale subiva le gravi conseguenze della crisi petrolifera del 1973 e della lunga recessione che flagellò quel decennio. La BMC, azienda a larga partecipazione statale, fu pesantemente colpita dalla crisi e subì un sostanziale riassetto con la creazione voluta dal Governo britannico del gruppo British Leyland. Nel 1976 la partecipazione nella Innocenti fu ceduta al gruppo DeTomaso, che cessò la produzione della Mini classica, mantenendo il nome sulla nuova city car disegnata da Nuccio Bertone, la Mini 90.

Nel decennio successivo la British Leyland affiancò alla Mini classica la nuova minivettura Metro, senza tuttavia decretare la fine dell'icona nata nel 1959 che sopravvisse con una serie di edizioni limitate (British Open, Mini Flame Red e altre) e continuò oltre la cessione da parte di British Leyland del marchio Rover alla giapponese Honda. Nel 1994 Rover sarà acquistata da BMW ed aggiornata nei motori e negli allestimenti. L'ultima Mini classica uscì dagli stabilimenti nel 2000: dall'esordio del 1959 alla soglia del nuovo millennio erano state prodotte più di 5 milioni e 300 mila Mini.

Il mito Mini sarà eclissato per un anno soltanto. BMW, proprietaria del marchio, la farà rivivere già dal 2001 grazie ad un progetto completamente nuovo ma totalmente evocativo del mito nato nel 1959. Dopo la presentazione di un primo prototipo nel 1997 a Francoforte, il team di progettisti della casa bavarese capeggiati prima da Frank Stephenson e quindi da Gert Volker Hildebrand creavano la Mini del nuovo millennio, una reinterpretazione perfetta della Mini classica sia per gli aspetti di abitabilità in soli 3,63 metri che nel design di esterni ed interni (con il mantenimento della strumentazione a palpebra centrale),non dimenticando l'assetto da piccola sportiva. Commercializzata nel 2001 nei modelli diesel benzina e Cooper, la Mini progettata da BMW viene presentata dal 2007 anche in versione station wagon (Clubman) evoluta in due serie intervallate da un restyling nel 2004-2005. L'ultima generazione, di dimensioni più generose rispetto alle serie precedenti, è in commercio dall'inizio del 2014. Oltre alla due volumi (3 e 5 porte) la Mini è offerta nelle versioni crossover (Countryman) anche a 4 ruote motrici, station wagon (Clubman) e la sportivissima John Cooper Works. L'ultima nata è la versione full-electric, disponibile dal 2019 con un brillantissimo propulsore da 184 Cv e fino a 270 Km di autonomia.

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