Mediobanca: i patti fra i potenti non reggono più

Dal gruppo Ligresti a Rcs, da Pirelli a Mediobanca: i vecchi equilibri tra le grandi famiglie non sopravvivono. Al loro posto avanzano le banche "di sistema"

Alberto Nagel, ad di Mediobanca in un'illustrazione di Stefano Carrara

Stefano Cingolani

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Il ciclo si chiude come nell’immagine dell’Uroboro, il serpente che si morde la coda? Ricorrere a simboli esoterici non è improprio parlando della Mediobanca, tanto meno quando la creatura di Enrico Cuccia torna al punto di partenza e rimette in discussione quel che aveva creato il lord protettore del capitalismo senza capitali.

Nel piano industriale elaborato dall’amministratore delegato Alberto Nagel, i patti parasociali vengono, se non proprio sciolti del tutto, quanto meno dipanati. Sarà ridimensionato anche il sindacato che blocca la proprietà della banca d’affari: dovrebbe scendere di 10 punti, al 33 per cento, quanto basta per mettersi al riparo da scalate. Non solo, le partecipazioni strategiche diventano «available for sale», insomma pronte per essere cedute. E si tratta delle quote Telco (la scatola finanziaria che controlla la Telecom), Pirelli, Gemina, Benetton, Rcs. Sul mercato andranno persino le Assicurazioni Generali, delle quali la Mediobanca con il 13 per cento è sempre stata la fortezza. «Saremo sempre più banca, guardiamo al modello Goldman Sachs» dicono in piazzetta Cuccia.

Un banchiere che ha conosciuto dall’interno il salotto buono raffredda gli entusiasmi: «Il capitalismo non è solo a corto di capitali, è anche povero di crediti. Quindi il rapporto privilegiato con le banche ordinarie prende il posto dell’intreccio relazionale fra le grandi famiglie». Il piccolo mondo antico finisce, anche se il nuovo è solo all’orizzonte.

Il cambio di stagione è conseguenza della crisi (gli utili delle società quotate sono caduti del 43 per cento nei primi tre mesi dell’anno) e di alcune sconfitte incassate dai successori di Cuccia. L’operazione Sai-Fondiaria ha salvato la Mediobanca stessa, esposta per oltre 1 miliardo di euro nel gruppo Ligresti. Nagel ha compiuto uno scivolone clamoroso con il pizzino che rivelava l’intenzione di lasciare una buonuscita all’uomo d’affari siciliano. E resta la debolezza del nuovo soggetto industriale: la Unipol, la compagnia delle cooperative rosse, è indebitata con la stessa Mediobanca,  riproponendo l’intreccio morganatico della finanza italiana. L’Impregilo, il grande gruppo di costruzioni passato dalle mani di Cesare Romiti a quelle della famiglia Gavio, sotto l’egida della sempiterna Mediobanca, è stato conquistato dalla Salini. Beniamino Gavio ha provato a resistere, ma non ha trovato più l’antico sostegno: Nagel ha lasciato via libera al migliore offerente.

I vecchi equilibri non sopravvivono nemmeno al Corriere della sera. «Nessuna partecipazione è strategica, né Rcs, né Telco e nemmeno Intesa» ripete a ogni piè sospinto Mario Greco, amministratore delegato delle Generali. Il soccorso d’emergenza, con aumento di capitale più prestiti bancari, porta alla revisione del piano proposto dall’amministratore delegato Pietro Jovane e allo scioglimento del patto. La decisione è prevista per il prossimo  settembre, con sei mesi di anticipo. Allora si conteranno vincitori e vinti. Generali e le grandi firme di un tempo, Pesenti, Merloni, Lucchini, si ridimensionano fino a diventare ininfluenti.

Non molla, invece, la Fiat. «John Elkann ha scoperto una gran passione per l’editoria, ma prima deve sistemare l’auto» spiega una voce interna. La fusione con la Chrysler, pluriannunciata, è ancora da realizzare e avrà un prezzo. La Fiat si farà garantire dalle banche destinate a recitare da primedonne anche in Rcs. Intanto prestano altri 600 milioni per sostenere la casa editrice, poi assorbono le quote dell’aumento di capitale non sottoscritte dai soci.

La banca Intesa Sanpaolo fa la parte del leone in quanto creditrice e sostenendo azionisti importanti. Come ha fatto con Giuseppe Rotelli, che però ha annunciato che non sottoscriverà l’aumento (la stessa banca lo ha aiutato ad acquisire il San Raffaele, operazione da 700 milioni di euro). Mentre il presidente Giovanni Bazoli cerca di ricucire con Diego Della Valle: anche lui, come Rotelli, fuori dal patto, Mr Tod’s vuole cambiare tutte le carte in tavola, compresi i vertici della Rcs.

Il gruppo Intesa è stato determinante nella Pirelli. Vittorio Malacalza ha scalato la Camfin (holding di controllo) arrivando al 25 per cento e insidiando Marco Tronchetti Provera. Dopo un lungo braccio di ferro, Tronchetti ha liquidato lo sfidante con l’aiuto di Intesa, Unicredit e del fondo Clessidra di Claudio Sposito. Sull’operazione indaga la Consob sospettando accordi occulti. Le banche investiranno 230 milioni: a garantire la piena copertura è sempre l’Intesa, che entra nel patto Camfin. Il sindacato di blocco durerà solo un anno, ma in ogni caso gli istituti di credito non sono fondi, il loro mestiere non è possedere azioni. «Fanno sistema» sostengono i cultori del genere. Quale sistema? Una esposizione tanto elevata in poche grandi imprese in difficoltà, mentre si lesinano i prestiti alle piccole e medie, non sembra proprio un sostegno all’intera economia italiana. 

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