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Marchionne, perché in Italia in molti non lo hanno amato

La figura del manager è stata controversa soprattutto per un motivo: ha affrontato di petto la globalizzazione, contro le stesse tradizioni di casa Fiat

Marchionne-Fiom

Andrea Telara

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Chi era il migliore tra Vittorio Valletta, l’avvocato Gianni Agnelli, Cesare Romiti e Sergio Marchionne? Da quando il numero uno di Fiat-Chrysler è uscito di scena per improvvisi e irreversibili problemi di salute, tutta la stampa italiana ha passato in rassegna la storia del gruppo automobilistico torinese lasciando spazio immancabilmente al confronto tra il presente e il passato. 

Fuori dal baratro 

A Sergio Marchionne viene riconosciuto il merito indiscutibile di avere risanato la Fiat, trasformandola da azienda sull’orlo del baratro nel baricentro di una multinazionale, il gruppo Fca, che ha inglobato il colosso statunitense Chrysler, azzerato i propri debiti, macinato un bel po’ di utili e fatto faville in borsa. Eppure, nonostante questi risultati certificati nero su bianco dai bilanci, oggi la figura di Sergio Marchionne resta controversa, molto più di quelle dei suoi predecessori. 

Lo è, in particolare, per una parte del sindacato (i metalmeccanici della Cgil riuniti nella Fiom) e per una fetta importante della sinistra, come testimoniano le recenti analisi di alcune testate giornalistiche e di alcuni esponenti politici, dal Manifesto al presidente della Regione Toscana Enrico Rossi, sino all’ex-leader di Rifondazione Comunista Fausto Bertinotti.

La filosofia di Sergio

 Tutti loro, aldilà delle dichiarazioni di rito sull’umana pietà che si deve a una persona in fin di vita, hanno in sostanza dipinto Marchionne come un manager poco sensibile agli interessi dell’Italia, che ha tolto diritti ai lavoratori. Ma era davvero così, l’uomo che in 14 anni ha cambiato i connotati alla vecchia Fiat? 

Una risposta ha provato a darla su le pagine de Lavoce.info l’economista Fabiano Schivardi, professore alla Luiss. Ricordando i risultati raggiunti dal manager in 14 anni di gestione, Schivardi ha sottolineato le critiche che gli furono rivolte, testimonianza del fatto che il nostro Paese ha di fatto rigettato la “filosofia Marchionne”, anche se la maggioranza dei dipendenti dell’azienda ha approvato con un referendum i contratti sindacali tanto contestati dalla Fiom. 

Un rivoluzionario alla Fiat

A ben guardare, secondo Schivardi, la vera colpa imputata a Marchionne è quella di esser stato rivoluzionario nel modo di concepire le relazioni industriali, un manager che ha affrontato “la sfida della globalizzazione apertamente, senza sostegno pubblico e senza contare troppo su un mercato domestico ormai aperto alla concorrenza”. 

Un caso emblematico di questa filosofia è la scelta dell’ex-amministratore delegato di Fiat di chiudere a suo tempo l’impianto di Termini Imerese, vicino a Palermo, giudicato insostenibile. Il governo di allora, ricorda l’economista della Luiss, propose un vecchio scambio a cui la politica italiana era avvezza: “un prolungamento degli incentivi alla rottamazione in cambio del mantenimento dell’impianto siciliano”. La risposta di Marchionne fu negativa perché, spiega Schivardi, pensava che un’impresa in grado di competere sui mercati internazionali non può permettersi di avere impianti strutturalmente in perdita”.

Diverso dagli altri 

“Questa logica, quasi banale nella sua semplicità, rappresentò una rottura epocale nei rapporti fra politica e impresa”, scrive l’economista della Luiss che aggiunge: . “Fiat smetteva di contare sull’aiuto pubblico, ma anche di farsi carico di obiettivi che sono propri dello stato, come promuovere lo sviluppo in certe aree del paese. Fu uno shock la cui importanza è ancora poco compresa”. 

L’uomo che ha guidato la Fiat per quasi tre lustri e l’ha ribaltata come un calzino  aveva dunque il “torto” di essersi comportato molto diversamente rispetto ai suoi predecessori. Per questo, la sua figura è oggi controversa, come tutte quelle di chi ha avuto il coraggio di sfidare la tradizione, a cominciare da quella di casa Fiat. 

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