Made in Italy, cinque aziende vincenti

È vero, siamo preda di gruppi stranieri. Ma accade anche il contrario: i casi di Campari, Luxottica, Autogrill, Unicredit e Prysmian

Campari, tra i più noti brand del made in Italy che con lo shopping all'estero hanno costruito un impero (Credits: Vincenzo Lombardo/Getty Images)

Cinzia Meoni

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È vero, nelle ultime settimane abbiamo pianto lacrime amare all’idea che altre due delle eccellenze tricolori, Loro Piana e Pernigotti, fossero inesorabilmente passate in mano straniera, ma non mancano realtà industriali italiane che, partendo dal nostro territorio e facendo shopping ai quattro angoli del pianeta, hanno costruito veri e propri imperi. L’ultima è stata Cavit che proprio in questi giorni, ha annunciato di aver rilevato il controllo di Kessler, storica cantina del Baden Wurtemberg e fondata nel 1826, più di un secolo prima rispetto alla società cooperativa trentina.

E a ben guardare, con po’ di sano campanilismo, i nostri colossi da esportazione sono di primo piano. Magari non ci facciamo troppo caso. Ma al Louvre, a Heathrow e sull'Empire State Building si mangia italiano (Autogrill), gli occhiali nel mondo sono made in Italy (Luxottica li produce e li vende), così come alcolici e superalcolici (Campari ha messo le mani su molti brand simbolo a loro volta di culture e Paesi diversi dal nostro). Persino in due settori dove le eccellenze sono spesso guidate da altri Paesi, come banche e tecnologia, abbiamo campioni da novanta (si pensi ad Unicredit e Prysmian). Ecco quindi una prima selezione che può aiutare il nostro patriottismo a risollevarsi.

- Campari. Fondata nel 1860 da Gaspare Campari la società, dopo aver esportato dovunque la cultura del Negroni e dello Spritz, è andata alla conquista dei premium brand internazionali più noti, dalla vodka (come le americana Skyy e X-Rated, acquisite nel 2001 e nel 2007) alla tequila (come Tequila Cabo Wabo, tra i marchi a stelle e strisce più conosciuti, acquisita nel 2007), dal whiskey (con Glen Grant, simbolo della Scozia e delle Highlands, entrato nel portafoglio del gruppo nel 2005) al rum (tra cui la giamaicana Lascelles de Mercado & Co. Limited acquisita lo scorso autunno). Eppure, nonostante lo shopping ventennale che ha riunito nel portafoglio del gruppo marchi emblemi di altri Paesi e culture (ad esempio l'Ouzo 12, liquore all'anice simbolo della Grecia), la società guidata da Bob Kunze-Concewitz rimane uno degli capisaldi dello stile di vita italiano. Fattura 1,34 miliardi e vanta un utile di 156,7 milioni di euro.

- Autogrill. Da mero simbolo della ristorazione sulle autostrade italiane il gruppo, con l'ingresso dei Benetton nel capitale negli Anni '90, si è trasformato in un colosso internazionale capace di colonizzare i quattro angoli del globo. Il suo ultimo bilancio si è chiuso con vendite per 6,907 miliardi e un utile di 96,8 milioni di euro. Complessivamente alla società guidata da Gianmario Tondato Da Ruos fanno capo 350 marchi di proprietà o in licenza: da Ciao al mitico Starbucks, da Spizzico a Pizza Hut, da Burger King a Sbarro. L’epopea ha inizio nel 1999 con la rotta verso gli Stati Uniti e l’acquisto di HmsHost, ex divisione catering di Host Marriott Services, allora presente in 70 aeroporti del mondo (oggi oltre 100) e con un portafoglio ricolmo di brand. Poi è stata la volta di Aldeasa, leader spagnola presente in altri 16 Paesi e a seguire quella di Alpha Group, uno dei principali operatori britannici dei servizi di retail aeroportuale e catering a bordo degli aerei (attività poi ceduta) e di World Duty Free, leader britannico del settore.  

- Luxottica. In 51 anni di attività Leonardo Del Vecchio ha trasformato il piccolo laboratorio di componentistica ottica costituito ad Agordo (Belluno) in un impero a cui fanno capo 7.100 negozi sparsi nei cinque continenti, 65mila dipendenti, oltre 30 brand in portafoglio, stabilimenti in Italia, Cina, America, Brasile, oltre a uno in India di piccole dimensioni che serve il mercato locale. Totale: 7,086 miliardi di giro d'affari e un utile netto di 542 milioni. La svolta per il gruppo arriva negli Anni ’90 con l’acquisizione di US Shoe Corporation (e soprattutto degli 870 negozi LensCrafters) e degli occhiali da sole più fotogenici della storia del cinema americano, i Ray-Ban (indossati da Tom Cruise in Top Gun ma anche dai Blues Brohers e in Easy Riders). Lo shopping è poi proseguito tra l’altro con Sunglass Hut, leader mondiale nella distribuzione di occhiali da sole; Opsm Group, principale retailer ottico nell’area Asia-Pacifico; Cole National; Oakley; Multiopticas Internacional, principale catena di occhiali in Cile, Perù, Ecuador e Colombia. Difficile stimare quanto sia costato al gruppo di Agordo diventare in così poco tempo icona del made in Italy in oltre 30 Paesi. Ma si tratta di uno sforzo continuo. L’espansione infatti prosegue.   

- Unicredit. L’istituto di credito più internazionale di Piazza Affari che ha chiuso il 2012 con un utile di di 865 milioni su un giro d’affari di 25 miliardi di euro, dopo aver consolidato la base italiana, negli anni a cavallo del nuovo Millennio ha messo in atto una vera e propria conquista dell’Est. Per il gruppo di Piazza Cordusio peraltro il vero e proprio punto di svolta è arrivato nel 2005 con la conquista della banca tedesca Hypovereinsbank e la conseguente Opa a cascata su Austria Creditanstalt e sulla polacca Bhp.

- Prysmian. L’ex Pirelli Cavi, con l’acquisto dell’olandese Draka, vero e proprio gioiellino nelle fibre ottiche, nel 2011 ha raddoppiato le proprie dimensioni e ha conquistato il primato mondiale nel settore dei cavi. Oggi è presente in più di 50 Paesi con oltre 100 stabilimenti e 20mila dipendenti per un giro d'affari di 7,85 miliardi di euro e 168 milioni di euro di utile netto.

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