Made in Italy: Gucci contro Report

Botta e risposta tra la maison e la trasmissione televisiva che ha denunciato l'uso di forza lavoro cinese a basso costo

Il flagship store di Gucci a Milano

L'ingresso del flagship store di Gucci a Milano, in via Brera 21. – Credits: Google

Redazione

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"Gucci si dissocia nel modo più assoluto dai contenuti e dalla forma del servizio nell'ambito della trasmissione Report". Così recita la nota della casa di moda controllata dal gruppo   francese Kering, che sottolinea che non è mai stata posta a Gucci alcuna domanda pertinente e che sono state utilizzate "telecamere nascoste o utilizzate in maniera inappropriata". 

Gucci afferma che sia falsa e destituita di ogni fondamento la parte del servizio che accusa la società di consigliare l'utilizzo di "forza lavoro cinese a basso costo". La società fiorentina sottolinea che "accordarsi a insaputa di Gucci con laboratori che utilizzano manodopera cinese a basso costo e non in regola è una truffa dalla quale Gucci si dissocia e che perseguirà in tutte le sedi".

Gucci produce il 100% della pelletteria in Italia dando lavoro a oltre 7.000 addetti tra fornitori di primo livello (1.981) e fornitori di secondo livello. Di questi addetti, circa il 90% sono di nazionalità italiana, mentre tutte le 576 aziende sono italiane. Tutti i fornitori di primo e di secondo livello - prosegue la nota - vengono regolarmente controllati (circa 1.300 verifiche l'anno, anche notturne) sul rispetto delle regole e il corretto trattamento delle persone.

Made in Italy

La nota della casa della doppia G sottolinea inoltre che "da anni sta operando per mantenere la produzione in Italia e percorrerà tutte le strade per tutelare i propri diritti, la propria immagine e il proprio marchio, nonchè il lavoro di oltre 45.000 persone in Italia tra dipendenti diretti e filiera produttiva". Il lavoro sulla filiera, svolto con continuità negli ultimi anni, ha consentito e consente la tracciabilità dell'intera filiera stessa in maniera trasparente e condivisa con tutti i soggetti coinvolti (Organizzazioni Sindacali del territorio, Confindustria e CNA Firenze). "Un modello che dovrebbe essere valorizzato e apprezzato, come sarebbe emerso qualora Report si fosse interessato anche agli oltre 500 altri laboratori che lavorano in maniera sana".

La nota dell'azienda riferisce inoltre che il signor Guidotti, attraverso la sua società Mondo Libero, ha contribuito da metà 2013, attraverso Almax, al fatturato degli accessori Gucci per lo 0,19% dell'intera produzione. "Il sistema implementato da Gucci consente di remunerare adeguatamente il lavoro dei piccoli imprenditori artigiani a condizione che tutti gli attori coinvolti operino responsabilmente - prosegue il comunicato - studi commissionati all'interno del comitato di filiera hanno evidenziato che un laboratorio sano e gestito nel rispetto   delle regole, consente al titolare un utile compreso tra l'8% e il 15%, retribuendo i lavoratori nell'assoluto rispetto dei contratti collettivi nazionali vigenti".

Il prezzo del prodotto

Infine sul prezzo del prodotto, secondo l'azienda "Report compara in maniera errata il prezzo di una borsa al pubblico con il costo di una singola fase di lavorazione. I 24 euro citati dal servizio si riferiscono solo all'assemblaggio parziale e non considerano minimamente, ad esempio, il costo della pelle, il costo del taglio, quello degli accessori, il confezionamento, la spedizione e tutto quanto necessario a rendere la borsa disponibile in negozio, fattori che moltiplicano fino a 25 volte quel numero".

La risposta di Report

"Più che dissociarsi Gucci dovrebbe ringraziarci, per aver documentato e denunciato quello che avrebbero dovuto fare i loro ispettori. È gravissima e lesiva della libertà di espressione e di denuncia la dichiarazione di Gucci. Accordarsi a insaputa di Gucci con laboratori che utilizzano manodopera cinese a basso costo e non in regola - sabotando i sistemi di controllo in essere". È quanto dichiara Milena Gabanelli di Report in replica a Gucci. Per la Gabanelli, ''Report non ha affatto 'sabotato' ma 'osservato' il metodo delle ispezioni 'farsa'. Noi abbiamo fatto solo il nostro mestiere. La truffa semmai è ai danni degli artigiani, del Made in Italy, della legalità e dei clienti".

La conduttrice di report osserva inoltre, sempre riferendosi alle precisazioni della maison che "forse non hanno compreso che la SA8000 (la certificazione di responsabilità sociale di cui si fregiano) deve decidere se continuare a certificarli. Che sia un marchio del lusso a mettere in seria discussione la validità della SA8000 è paradossale (ricordiamo che la Nike fu scoperta a far cucire palloni da bambini, ma costavano un dollaro)".

E ancora Gabanelli sottolinea: "Cosa poi intenda per laboratori 'selezionati' dovrebbe spiegarcelo, visto che li abbiamo filmati (appunto) con le telecamere nascoste e monitorati per mesi. Uno di questi in particolare è subforniture di una società (Garpe) di proprietà della stessa Gucci, quindi non puo' neppur dire che la colpa è dei fornitori di primo livello (anche perchè la certificazione gli impone verifiche)".

"Inoltre se per Gucci è davvero tutto normale", spieghi "perchè non vuole che le aziende subfornitrici siano intestate a persone di nazionalità cinese. Comunque abbiamo ore di registrato e molti più esempi di quanti mostrati (noi abbiamo anche limiti di tempo per la messa in onda) che mettiamo a disposizione della magistratura qualora si attivasse per accertare le responsabilità di un sistema illegale che origina dalla manodopera sottopagata e che, ricordiamo, una sentenza storica a Forlì estese ai committenti dei cinesi. Sul tema dei controlli a Gucci è stata fatta richiesta scritta di intervista, ma hanno preferito declinare. La sottoscritta - sottolinea ancora - ha anche posto una domanda pertinente, sempre per iscritto: "a quanto ammonta il Made in Italy che viene fatturato in Italia e quanto esportato alla Luxury Goods (Svizzera) o comunque all'estero".

La loro risposta è stata: "il dato non è pubblico". "Certo - precisa ancora Gabanelli - è meglio che non si sappia fino a che punto convenga all'Italia essere una 'colonia' francese che non deve andare in Cina per produrre a basso costo il prestigioso 'Made in Italy' grazie ai mancati controlli e ai prezzi sotto il limite che stanno riducendo alla fame i 'maestri artigiani', come li pubblicizza Gucci".

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