Lucia Aleotti (Menarini) e Mps:abbiamo una banca e ce la teniamo

Lucia Aleotti (Menarini) con il fratello ha investito 170 milioni nell’istituto. E non se ne è pentita. «Avanti anche con nuovi soci» dice. «Ma oltre al credito, in Toscana serve anche un aeroporto»

Lucia Aleotti, azionista di Mps (Credits: Paolo Cerroni-Imagoeconomica / Luca Lozzi / Massimo Sestini 2012)

Meno di un anno fa assieme al fratello Alberto Giovanni ha preso la decisione di investire 170 milioni di euro per acquistare il 4 per cento del Monte dei Paschi di Siena, a circa 0,37 euro per azione. Così i rappresentanti della nuova generazione della famiglia Aleotti (farmaceutici Menarini) sono diventati il secondo azionista dell’istituto senese, subito dopo la fondazione, e Alberto Giovanni è entrato nel consiglio di amministrazione. Oggi però quell’azione vale 0,22 euro, il che significa che circa 70 milioni si sono vaporizzati. Ma Lucia Aleotti non si perde d’animo, anche perché a dire il vero l’estate scorsa, nel cuore della tempesta dello spread che stava travolgendo l’Italia, il titolo aveva fatto anche di peggio, scendendo fino a quota 0,16 euro. Per fortuna che il gruppo Menarini, multinazionale da oltre 3 miliardi di fatturato, produce anche farmaci per malattie cardiovascolari, perché evidentemente tenere il titolo Mps in portafoglio non è affare per cuori deboli.

Signora Aleotti, non si può dire che puntando su Siena abbiate fatto un buon affare, almeno per adesso…
I valori di carico si valutano se si decide di vendere. Sono valori teorici che adesso non ci preoccupano. Noi siamo entrati nell’Mps in un’ottica di lungo termine ed è nel lungo termine che valuteremo l’investimento.

Se la fondazione scende dall’attuale 37,5 per cento, magari in modo consistente, rischiate di non essere più il primo socio privato, visto che nel frattempo dovrebbe saltare anche il tetto del 4 per cento per ogni singolo azionista.
Levare il tetto mi sembra ragionevole.

E l’eventuale dismissione di una quota della fondazione?
A parte il fatto che è difficile dire adesso che cosa farà la fondazione, per noi la cosa importante è come si lavora. E basta.

E come si deve lavorare?
In modo trasparente e con una gestione focalizzata sul fare banca, riportando al centro le famiglie e le imprese.

È quello che si sta facendo?
Abbiamo investito nel Monte dei Paschi praticamente in contemporanea con l’arrivo del nuovo presidente Alessandro Profumo, mentre Fabrizio Viola, all’epoca direttore generale, è poi diventato amministratore delegato. Condividiamo pienamente il loro operato.

Quando siete entrati nel capitale, la fondazione ha sottolineato con soddisfazione che siete toscani (sorvolando sul fatto che i fiorentini a Siena sono cordialmente detestati). Ma sarà difficile trovare in Toscana altri soci pronti a mettere sul piatto cifre a otto zeri. Insomma, nuovi azionisti potrebbero allontanare irrimediabilmente la banca dal territorio.
Per quanto riguarda l’area senese, non c’è dubbio che alcune attività potrebbero risentirne. Ma non bisogna neanche esagerare, non tutto gira intorno al Monte e comunque non mi pare che possiamo porre un problema di provenienza geografica di eventuali nuovi azionisti. Quello che conta è la volontà della banca.

Però la Fondiaria, un’istituzione per Firenze, è appena stata cancellata dal 0panorama assicurativo dalla bolognese Unipol. L’ex impero del rame della famiglia Orlando è diventato Intek e ha spostato la sede legale a Milano. La Richard Ginori è fallita il mese scorso. Vuole sostenere che nessuno teme che l’Mps perda il suo occhio di riguardo per l’economia toscana?
Gli effetti della crisi si sentono e qualche azienda purtroppo non ce la fa, ma non più che in altre parti del Paese. Per quanto riguarda il nostro settore, la Lilly (affiliata alla multinazionale americana Eli Lilly, ndr) a Sesto fiorentino ha un centro mondiale per le insuline biotech, mentre la Novartis (il gruppo svizzero è la seconda multinazionale farmaceutica del mondo, ndr) a Siena ha una struttura di livello mondiale per i vaccini. Si parla molto di moda, lusso, vino, ma in questo settore la Toscana è la terza regione d’Italia con 7 mila addetti dei quali 1.200 nel gruppo Menarini, che a livello internazionale ne conta 16 mila. I problemi sono altri…

Quali?
È importante riuscire a tenere il radicamento delle imprese che ci sono ed è altrettanto importante attrarne di nuove. Ma tutto diventa più difficile a fronte del vero handicap strategico grave che pesa sulla regione, isolandola sempre più.

A che cosa si riferisce?
Agli aeroporti. Il piano che è appena stato presentato dal governo non ha inserito neanche uno scalo toscano nella prima categoria. Il campanilismo tra Pisa e Firenze alla fine ha avuto l’effetto di nuocere a tutti. Non è per niente facile gestire una struttura multinazionale se, per andare non dico in Cina ma anche solo in un paese europeo, devo prendere due voli, con il risultato che non riesco a rientrare in giornata. Tempo e denaro che se ne vanno; e, questo sì, il rischio concreto di finire ai margini dei mercati.

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