Loro Piana venduta a Lvmh, fallimento del made in Italy

Un'altra azienda italiana passa nelle mani dei francesi. Ma possibile? Sì, in un Paese in cui gli imprenditori della moda non sono riusciti a fare sistema. E in un'Italia che non aiuta l'impresa

Pier Luigi Loro Piana, uno dei due titolari dell'azienda italiana di tessuti pregiati. Ora, con il fratello, manterrà il 20%. L'80% è stato ceduto a Lvmh (Credits: ImagoEconomica)

Sergio Luciano

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Nel giorno in cui Papa Francesco celebra a Lampedusa il dramma dei profughi, torna agli occhi la ricerca della Caritas Ambrosiana, di qualche giorno fa, sui migranti che ripartono dall’Italia pochi mesi dopo esservi arrivati, delusi dal non aver trovato le possibilità di lavoro e di vita che avevano sperato. Un Paese che delude gli ultimi.

E poi arriva la notizia di Loro Piana , l’ennesimo marchio del superlusso italiano, che a sua volta si accoda all’emigrazione dorata di tante prestigiose griffe del made in Italy verso il capitale francese, in questo caso l’asso pigliatutto Louis Vuitton Moet Chandon (Lvmh) ma qualche giorno fa Pomellato verso Kering e poi ancora Richard Ginori e Pasticceria Cova verso Lvmh e poi Valentino finita nelle mani del fondo sovrano del Qatar e ancora, a ritroso, Fendi, Gucci, Bulgari, tutte firme mitiche che ormai sono italiane solo per modo di dire. Un Paese che respinge i primi, i ricchi.

In un Paese che declina, com’è insomma questa nostra Italia, c’è la ripartenza da delusione e la fuga da timor panico, da rigetto, da opportunismo.

Tra il ceto imprenditoriale ci sono oggi fior di industriali “di famiglia” che guardano dopo di sé e vedono figli o nipoti inadeguati, cresciuti nel burro, che non dimostrano il talento e la grinta necessari per andare avanti da soli; e allora scelgono di lasciar loro una rendita finanziaria e non un’azienda da far crescere, lavorandoci, sviluppandola. Hanno paura di rimetterci, di veder evaporare il valore accumulato? Probabilmente sì. Certo, non hanno mai saputo mettersi insieme, costruire un “ceto” imprenditoriale del lusso degno di questo nome. E poi detestano un Paese dove alligna una “cultura anti-imprese” che respinge ben peggio dello spread: la cultura della giustizia negata, delle tasse demenziali, della burocrazia indomabile.

Nel merito del business, il confronto con la Francia è ingeneroso: “In Francia il lusso si è mosso prima, è proprio vero”, ha spiegato Andrea Morante, amministratore delegato ed azionista della Pomellato, restato in carica dopo il passaggio della proprietà dal fondatore Pino Rabolini al gruppo Kering, come si chiama oggi il gruppo Ppr di Francois Pinault: “Pinault e Arnalut, il patron di Lvmh, sono industriali di primo piano, mossi da una visione manageriale, che hanno creato contemporaneamente, come dire, due scuderie. Così in Francia chi aveva un cavallo da vendere sapeva che poteva venderlo a queste scuderie. Da noi gli imprenditori della moda e del lusso sono rimasti imprenditori delle loro aziende, magari anche molto complesse, ma sono rimasti degli imprenditori-imprenditori”.

Padroni delle ferriere, sia pur chic. Con la visceralità tipica di questo genere umano: gli imprenditori-fondatori ben descritti da Schumpeter, che sanno tutto, febbrili nelle loro convinzioni, incapaci di delegare e spesso anche di ascoltare. Geniali ma chiusi in sé. Dal loro personale declino spesso privo di eredi professionalmente adeguati sono scaturiti passaggi di proprietà virtuosi anche se amari, però a volte – quando andava peggio – anche crisi aziendali, salvataggi bancari, confluenze forzose sotto le bandiere di gruppi internazionali.

Che il lusso potesse essere la grande occasione degli Anni Duemila l’aveva intuito qualcuno, nei decenni scorsi. Per esempio Renato Preti e Michele Russo, due brillanti banchieri d’affari, che aveva lanciato il fondo Opera, con una buona dotazione di capitali proprio da parte di Bulgari e la partecipazione di un finanziere di acutissima visione come Francesco Micheli e di un altro personaggio all’epoca centrale nella finanza italiana, il povero Gianmario Roveraro. Ma Opera non è mai riuscito a decollare.

Poi ci provò generosamente ma goffamente Maurizio Romiti, con la benedizione di papà Cesare, uscendo da Mediobanca proprio per fondare e dirigere Hdp, la “Holding di partecipazioni”, che mise insieme il controllo di Valentino, di Motivi e di Fila per poi fallire il piano di fondersi col gruppo Marzotto e, anno dopo anno, squagliarsi. E ancora: il fondo Charme di Luca di Montezemolo, che ha fatto alcune acquisizioni importanti – Poltrona Frau e Cappellini, per citarne due – ma si è poi fermato lì, mentre il suo promotore e “testimonial” (se si pensa quant’è celebre e amato nel mondo il marchio della Ferrari, che Montezemolo guida da ventidue anni!) ha diversificato nelle ferrovie private con Italo.

Attenzione, non tutto è perduto: italianissime rimangono griffe straordinarie, da Armani a Prada, da Zegna a Dolce & Gabbana. Ma quale contesto le circonda? E quale attenzione suscitano per esempio presso le grandi banche, impegnate come sono ad incollare i cocci delle loro insensate scorrerie nei settori cosiddetti “strategici” che sono poi stati e sono ancora settori di potere?

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