Salvatore Ligresti, "l'uomo che portò i balconi a Milano"

La storia piena d'ombre di un uomo di potere che ha mostrato anche capacità e intuizioni degne di un leader vero

Giulia e Salvatore Ligresti – Credits: Scarpiello / Imagoeconomica

Sergio Luciano

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"Pareva che Mazzarò fosse disteso tutto grande per quanto era grande la terra, e che gli si camminasse sulla pancia. Invece egli era un omiciattolo [...] che non gli avreste dato un baiocco, a vederlo; e di grasso non aveva altro che la pancia, e non si sapeva come facesse a riempirla, perché non mangiava altro che due soldi di pane; e sì ch'era ricco come un maiale; ma aveva la testa ch'era un brillante, quell'uomo". È la descrizione che Giovanni Verga tratteggia di Mazzarò, uno dei suoi personaggi più celebri, nel ciclo delle "Novelle rusticane", eppure già uno dei "vinti", come i Malavoglia, come Mastro-Don Gesualdo, come Don Salvatore Ligresti...

Ma Ligresti, l'ex patron del gruppo Fonsai, fino a tre o quattro anni fa terzo uomo più ricco d'Italia, non è un personaggio della letteratura, non è il parto della fantasia di Verga. Ma quanto assomiglia a quegli eroi del destino avverso che il grande narratore ha scolpito nei suoi libri! L'attaccamento alla roba; il legame viscerale con la famiglia, forse non sempre corrisposto se non dall'amore certo dall'impegno; la fortuna scintillante di un tempo e oggi, a ottant'anni, la rovina nel disonore.

Chi l'ha conosciuto bene sa che non è giusto neanche adesso, che pure i fatti sono tutti contro di lui, sparare su Ligresti ignorandone le capacità, i talenti che certamente gli permisero di diventare infinitamente ricco e molto potente. Eppure oggi - il giorno della custodia cautelare di Salvatore e di altri tre della famiglia - è inevitabile guardare sotto la cortina che per anni, forse decenni, ha coperto il lato oscuro del suo agire imprenditoriale.

Inutile dire che su Don Salvatore – già condannato per tangenti e inquisito per numerose beghe societarie – si estende tuttora la presunzione d'innocenza che si deve a chiunque. E per quanto suoni retorico, in un Paese con la giustizia in decomposizione come il nostro, "toccherà alla magistratura" stabilire quanto e perchè Salvatore Ligresti e la sua famiglia siano colpevoli dei reati che gli vengono ascritti.

Di certo c'è però la fine – nella rovina, suggellata oggi dalla “retata” di famiglia - di un impero imprenditoriale che ancora quindici anni fa sembrava non aver confini. L'Ingegnere di Paternò era diventato co-leader italiano nelle assicurazioni e leader nelle costruzioni residenziali e alberghiere, toccando l'apice con Italia Novanta; insieme al fratello – tuttora in sella, e spostatosi da quindici anni in Francia – era co-leader anche della sanità privata; e soprattutto era uomo-chiave in colossi finanziari come Rizzoli-Corriere e, in genere, tutta la "galassia" Mediobanca.

Ma appunto in questa gravitazione c'era anche il germe della sua debolezza, c'erano i piedi d'argilla del suo impero. Ligresti aveva infatti creato la sua potenza finanziaria soprattutto grazie alla stima di Enrico Cuccia, che l'aveva preso a ben volere perchè aveva riconosciuto in lui, costruttore e uomo del cemento, il contraltare alla sua cultura, tutta finanziaria; e quindi, dopo averlo "subito" da Craxi, che gli impose di aiutare Ligresti in cambio del suo via libera politica alla finta privatizzazione di Mediobanca (dove per vent'anni i privati hanno comandato avendo molte meno azioni delle banche pubbliche) Cuccia aveva adottato volentieri questo "raccomandato di ferro". Ottenendone in cambio fedeltà assoluta.

Scomparso Cuccia – e uscito di scena pochi anni dopo il delfino Vincenzo Maranghi – Ligresti era rimasto come spiazzato, protetto più dalla già grossa entità dei suo debiti che dalla forza dei protettori. Certo, il rapporto personale con Berlusconi era rimasto ottimo, ma il Berlusconi politico del dopo-Cuccia aveva altro cui pensare. E comunque resta il fatto che la crisi di Ligresti è degenerata in disastro solo quando, anni dopo l'uscita di scena di Craxi e Cuccia, anche gli altri estimatori dell'Ingegnere, cioè appunto Berlusconi, Cesare Geronzi e – fatti debiti distinguo - Alessandro Profumo hanno perso potere.

Come archiviare Ligresti, l'ha già deciso la cronaca, se non la storia: un disastro verghiano, un “vinto” dal destino, a dispetto della sua determinazione e della sua dissipata ricchezza. Come considerarlo nell'insieme, nonostante le ombre della sua vicenda e i reati che certamente ha commesso e forse solo in parte scontato, è più complesso. Perchè è vero che la sua crescita si spiega con la storia del potere in Italia ma è anche vero che l' "uomo che portò i balconi a Milano" ha avuto capacità e intuizioni degne di un leader vero.

Infine, sulla saga dei Ligresti c'è lo stigma della famiglia come zavorra anziché come risorsa: uno stigma infamante in un Paese che alle aziende familiari deve tanto. Una cappa familiare, convinta di dover influenzare in tutto la gestione delle aziende controllate anche al costo di stroncarle. Quindi un'incapacità gestionale di condurre bene, e far rendere, ad esempio un gruppo complesso come Fonsai in un mercato ormai meno ricco d'un tempo, quello assicurativo. E insieme il dilagare degli interessi privatissimi, individuali, che oltre a danneggiare direttamente le casse aziendali – in Procura si parla di 50 milioni all'anno di costi familiari diretti – davano al management un esempio devastante...

Con l'onore dei Ligresti è tramontato oggi un altro pezzo del malcilento onore del sistema finanziario italiano. Lo stesso sistema – in molti casi anche nella nomenclatura – che con gli arrestati di stamattina ha incrociato accordi, intese, patti di sindacato ed interessi fino a pochi mesi fa.

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