Ligresti, la crisi-tsunami che coinvolge un intero sistema

Le assicurazioni, gli immobili, la finanza: l'inchiesta sulla famiglia e gli ex manager FonSai si intreccia con Mediobanca, l'Isvap, gli assicurati e i piccoli risparmiatori

Salvatore Ligresti con la figlia Jonella in un'immagine di archivio (Credits: Carlo Carino - Imagoeconomica)

Stefano Cingolani

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L'arresto della famiglia Ligresti e dei top manager del gruppo, ha sollevato un putiferio. L'offensiva della magistratura torinese può provocare una reazione a catena dalle conseguenze molto vaste. Intanto, si intreccia con un altro dossier aperto dalla procura di Milano che sta indagando anche su Alberto Nagel, l'amministratore delegato di Mediobanca, per il salvataggio del gruppo nel 2012. Poi c'è l'indagine, sempre da parte dei pm meneghini, contro Giancarlo Giannini, ex presidente dell'Isvap l'autorità di controllo sulle assicurazioni, insomma il cane da guardia che, secondo gli inquirenti, avrebbe chiuso gli occhi per ben dieci anni. L'accusa arriva fino alla corruzione. Il procuratore torinese Vittorio Nessi e quello milanese Luigi Orsi, del resto, hanno coordinato le loro indagini e l'effetto congiunto è destinato a suscitare un vero tsunami.

Se venissero sequestrati i beni della famiglia, cosa ne sarebbe del salvataggio? E se l'operazione congegnata da Mediobanca attraverso Unipol venisse ritenuta anch'essa scorretta, salterebbe tutto? Vedremo la compagnia d'assicurazione Fondiaria-Sai portare i libri in tribunale? E gli assicurati che fine farebbero? Per non parlare dei piccoli azionisti che, sulla base delle indagini, figurano come imbrogliati sistematicamente, almeno negli anni in cui la crisi del gruppo avrebbe spinto la famiglia a manipolare i bilanci e gonfiare le quotazioni azionarie.

Il punto si svolta è il 2008, in coincidenza con il collasso della finanza internazionale. Ma il bilancio passato al setaccio dai magistrati milanesi è soprattutto quello del 2010, con il "buco" nella riserva dei sinistri pari a circa 600 milioni. Da qui le ipotesi di reato di falso, con grave danno provocato, secondo gli inquirenti, ad almeno 12 mila risparmiatori, e con una perdita di valore del titolo Fondiaria per circa 300 milioni. A ciò si aggiunge la manipolazione di mercato: l'occultamento di informazioni chiave, infatti, avrebbe privato gli investitori di informazioni determinanti per una corretta valutazione dei titoli azionari. Nessi in conferenza stampa ha parlato di un sistema diffuso di gestione della compagnia assicurativa "piegato agli interessi della famiglia Ligresti", che fino al 2009 ha incassato dividendi per 253 milioni di euro.

La holding Premafin è la chiava con cui si sarebbe assicurata un flusso costante di risorse grazie ai dividendi, al riconoscimento di consulenze per oltre 40 milioni e grazie a una serie di operazioni immobiliari "con parti correlate". Sei, in totale, quelle individuate dagli inquirenti, tra le più note quella per l'acquisizione della catena Atahotel. Si dice che le società del gruppo venissero spolpate per i capricci delle figlie; ma nonostante tutto ciò renda più sapida la saga familiare, e a dispetto di quanto certi comportamenti possano provocare scandalo, le cause del crollo sono altre.

Don Salvatore si reggeva su tre pilastri: assicurazioni, immobili, finanza, con un giro d’affari che aveva raggiunto i 7 miliardi di euro. Tutti mestieri che hanno fatto la sua fortuna e poi hanno contribuito alla sua caduta, a cominciare dalle assicurazioni, attività divisa in due grandi compagnie, la Fondiaria-Sai e la Milano. Gli anni di crisi si sono abbattuti in modo pesante sui rami danni e sinistri, ma anche sulle polizze vita, complesse costruzioni basate su calcoli attuariali e legate all’andamento dei mercati. Un po’ è conseguenza fisiologica della congiuntura, un po’ deriva dal tipo di prodotti offerti. La discesa delle quotazioni per tutte le ricche e blasonate partecipazioni in portafoglio (Mediobanca, Pirelli, Alitalia, Impregilo, Gemina cioè Aeroporti di Roma, Rcs) ha aggiunto cicuta nel calice amaro.

E tuttavia, Premafin non era solo carta, affondava i piedi nella terra e nel cemento, là dove tutto è nato più di trent’anni fa. Don Salvatore ha seguito alla lettera gli insegnamenti del suo primo maestro, Michelangelo Virgillito, il quale gli diceva di comprare tutto quello che gli altri scartano, tenerlo in caldo e poi metterlo a frutto. Così, si è lanciato sulle aree dismesse del nord post-industriale, soprattutto a Milano e a Torino, ma anche a Firenze e su quella parte della Roma burocratica in via di cambiamento (le torri dell’Eur). Senonché la bolla è scoppiata e sono crollati i valori di terreni e palazzi scritti nei bilanci Premafin a livelli altissimi.

Le difficoltà alla base risalgono al vertice sottile che, come nelle peggiori tradizioni del capitalismo italiano, controlla l’intera piramide. In cima c’era Starlife, società in accomandita che faceva capo in parti uguali a Salvatore e i suoi tre figli: tramite Immobiliare costruzioni e Sinergia, possiede un quinto delle azioni Premafin. Jonella, Giulia Maria e Gioacchino Paolo possedevano il 10% ciascuno, attraverso rispettivamente la Hike Securities, la Canoe Securities e la Limbo Invest, tutte società lussemburghesi. Don Salvatore si era ritagliato un ruolo di presidente onorario, anche se i grandi affari e le decisioni strategiche passavano sempre per le sue mani, mentre i tre eredi si dividevano i ruoli operativi: a Giulia Maria, appassionata di borse che disegna personalmente, la presidenza del gruppo, mentre Jonella si affermava negli snodi cruciali come il consiglio di Mediobanca.

Senonché, le perdite accumulate nelle assicurazioni, in borsa e negli immobili (alle quali vanno aggiunte anche quelle del settore alberghiero) mettono a nudo l’amara realtà. Se la Consob avesse obbligato Premafin ad adeguare il valore di FonSai a quello di mercato l’imprenditore siciliano avrebbe dovuto ricapitalizzare tutte le società della catena di controllo, sottoponendosi a un vero salasso. Ma la Consob non lo ha fatto.

FonSai si è fatta carico di una serie di operazioni in conflitto di interesse come l’acquisto della catena alberghiera Ata e la costosa opa su Immobiliare Lombarda. Ligresti ha venduto con una mano e comperato con l’altra, prelevando denaro dalla parte bassa, che genera reddito, per portarlo nella parte alta dove risiede il controllo. Nel complesso immobiliare milanese Porta Nuova Isola, il 43% in mano a Sinergia è passato a FonSai già titolare dello stesso progetto di Porta Nuova Garibaldi e Porta Nuova Varesine. FonSai, invece di raccogliere nuovi capitali, ha distribuito 190 milioni di dividendi. Per far fronte all’indebitamento, Premafin ha negoziato innanzitutto un prestito di 320 milioni, coinvolgendo tutte le principali banche, con l'idea di essere diventato troppo grande, importante e indebitato per fallire.

Ma come si fa ad abbandonare un protagonista del capitalismo relazionale, un uomo che sa quando e come mettersi a disposizione, e soprattutto di chi? Dall’inizio della sua cavalcata, a metà degli anni ’70, Ligresti ha rischiato più volte di andare a gambe all’aria, ma è sempre stato sostenuto dal fior fiore del mondo bancario, a cominciare da Enrico Cuccia che lo proteggeva e lo ha usato innanzitutto nella battaglia contro Michele Sindona, poi parcheggiando presso di lui pacchetti azionari caldi o strategici. Nel 2002 è stato Vincenzo Maranghi, il figlioccio e successore di Cuccia, a girare a Ligresti la Fondiaria che a sua volta aveva in pancia un pacchetto fondamentale per il controllo della banca d'affari, per sottrarla alla Fiat guidata da Paolo Fresco, durante la scalata a quel che restava della Montedison.

Mediobanca, dunque, ha preso sotto le sue ali don Salvatore e lo ha salvato per ben tre volte. Alla fine, ha impegnato nel gruppo Ligresti qualcosa come un miliardo e cento milioni, una esposizione che metteva in pericolo la stessa banca d'affari la quale, nel 2011, ha cercato un acquirente e ha pescato Unipol, la compagnia di assicurazioni delle cooperative rosse, indebitata a sua volta con la stessa Mediobanca. Le trattative sono andate per le lunghe, finché il 18 luglio 2012 Unipol ha versato 400 milioni per l’81% di Premafin, la cassaforte del gruppo Ligresti, e ha esercitato diritti sul 35% di azioni Fonsai. Finsoe, la Finanziaria dell’economia sociale, che fa da holding e a sua volta è controllata dalla Lega attraverso Holmo, ha dato fondo alla cassa.

L’amministratore delegato, Alberto Nagel, ha firmato addirittura un foglietto con il quale si impegnava per una buonuscita alla famiglia di 45 milioni di euro. Dirà poi che lo ha fatto perché don Salvatore aveva minacciato il suicidio e in ogni caso il “papello” non aveva alcun valore legale. I soci di Mediobanca lì per lì se la sono presa, ma Nagel li ha convinti che o la banca d’affari si sganciava dai Ligresti al più presto o rischiava di cadere con loro. L’intreccio è aggrovigliato e chiama in campo l’intero salotto buono. Finsoe ha acquisito da Premafin pacchetti importanti di Rcs (5,291%), Pirelli (4,48), Gemina (4,8), Mediobanca (3,83) e Generali (1%).

L'arresto dei Ligresti, dunque, può avere conseguenze imprevedibili. Soprattutto oggi che la matassa di relazioni eccellenti della quale don Salvatore teneva alcuni fili importanti, sta per essere sciolta più per necessità che per volontà. Oggi che il vecchio sistema tramonta e un nuovo sistema non è nemmeno all'orizzonte.

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