La guerra dei benefici fiscali per gli armatori

Onorato, Aponte e Fedarlinea chiedono che siano riconosciuti solo a chi assume lavoratori italiani o comunitari. In contrasto con Confitarma

Vincenzo onorato

Vincenzo Onorato, ad di Mobyline – Credits: Olycom

Sergio Luciano

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“I benefici fiscali e contributivi vanno riconosciuti esclusivamente a quegli armatori che assumono lavoratori italiani o comunitari”: firmato, Fedarlinea. Una sigla ignota ai “non addetti ai lavori” ma che sposta i pesi nella battaglia navale che oppone da mesi il gruppo Moby-Tirrenia di Vincenzo Onorato a Confitarma, l’associazione degli armatori aderenti a Confindustria. Non solo perchè Fedarlinea fa parte della Confcommercio, ma soprattutto perché tra i suoi non molti soci c’è la Snav, compagnia di traghetti e aliscafi che a sua volta appartiene al gruppo Msc di Gianluigi Aponte, cioè al più grande armatore italiano di tutti i tempi, co-leader mondiale della navigazione mercantile e delle crociere. Un alleato di ferro per l’armatore-velista di “Mascalzone Latino”.

La polemica è presto riassunta: dalla legge 30 del ’98 in poi, lo Stato italiano agevola generosamente l’occupazione marittima. Precisamente, con 300 milioni di euro all’anno, già finanziati per i prossimi tre anni. Ingaggiare extracomunitari sulle tratte nazionali significa pagarli un terzo di un lavoratore italiano o comunitario e lucrare la differenza, secondo la denuncia di Fedarlinea. Bruxelles ha dettato una serie di condizioni affinchè questi aiuti restino per altri dieci anni, e in un disegno di legge della maggioranza che le recepisce è fissata la clausola delle agevolabilità delle sole assunzioni di italiani o comunitari. Contro questa legge è insorta Confitarma, e il ministero dei trasporti ha aperto un confronto formale tra i contendenti.

Attorno a Onorato, ad Aponte e a Fedarlinea si stanno stringendo i marittimi italiani. Un esercito, per metà disoccupati. Al solo registro “Gente di mare” di Torre del Greco (uno dei più affollati d’Italia) sono iscritti 105 mila lavoratori marittimi, di cui 50 mila disoccupati. Quattro volte l’organico dell’Ilva di Taranto. Due sabati fa, proprio a Torre, Onorato è stato acclamato con un tifo da stadio in una specie di comizio sull’italianità da un nuovo movimento di base, “Marittimi per il futuro”, nato per costruire una rappresentanza alternativa ai sindacati confederali che sul tema nicchiano. Percepiscono da Confitarma un contributo per ogni lavoratore assunto, a prescindere dalla nazionalità.

Ma il gap finanziario tra i costi dei marittimi comunitari e quelli extracomunitari è, nei fatti, abissale e spiega ampiamente l’asprezza del conflitto: un mozzo filippino intasca un minimo di 350 euro al mese, un europeo 1050.
Una nave italiana che voglia imbarcare extracomunitari di fatto può farlo ovunque, meglio ancora se tocca un porto non italiano una volta al mese... Malta, Cipro e Madeira sono porti comunitari dove imbarcare filippini, sudamericani o africani è più che facile: è la regola, sia pure non scritta. E molto spesso questi marinai extracomunitari sono confinati a bordo, non possono sbarcare per non essere trattati come immigrati clandestini. Per questo Fedarlinea parla esplicitamente di “dumping sociale”. Di fronte alla nuova legge, la minaccia di Confitarma è stata esplicita: se ci cambiate le norme, trasferiamo tutte le navi sotto bandiera internazionale. Ma c’è già ben poco da trasferire, in realtà: il ricorso al personale extracomunitario anche sulle tratte del cabotaggio nazionale è effettivamente molto vasto, per quanto scarseggino i dati ufficiali. E la concorrenza sleale è servita.

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