ITAtech: la "pista francese" finisce alla Corte dei conti

Un esposto dell'Adusbef punta il dito contro la probabile destinazione dei soldi di CdP alla transalpina Sofinnova

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Fabio Gallia, ad di Cassa depositi e prestiti – Credits: ANSA/ALESSANDRO DI MEO

Stefano Caviglia

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Perché una società francese anziché italiana? Dopo esser stata sussurrata per mesi come un “passaparola” nel piccolo mondo della finanza al servizio dell’innovazione nazionale, questa domanda ha preso infine una forma assai concreta: quella dell’esposto alla Corte dei conti. Si parla del finanziamento con cui il fondo ITAtech (al 50% di Cassa depositi e prestiti) si appresta a ravvivare il mondo del venture capital anche, se non soprattutto, attraverso la società transalpina Sofinnova Partners.

La denuncia, presentata il 30 gennaio scorso dall’associazione dei consumatori Adusbef (a firma del presidente onorario Elio Lannutti), mette l’accento sul fatto che la Cassa depositi e prestiti è una società pubblica (83% del ministero dell’Economia) e come tale ha obblighi nei confronti del nostro paese che potrebbero essere stati disattesi in questa vicenda. Panorama.it se ne è già occupato in due diversi articoli, segnalando appunto che una buona fetta degli ambitissimi 200 milioni messi sul tavolo da ITAtech (100 di Cdp e il resto del Fondo europeo degli investimenti) sarebbe probabilmente andata a Sofinnova, per la delusione dei fragili e sofferenti fondi italiani.

Proprio questo aspetto viene ora duramente contestato dall’Adusbef, secondo cui tale scelta disattenderebbe “i criteri di buona amministrazione” e perfino i principi costituzionali a cui la Cdp è invece tenuta. In particolare si rileva nel testo dell'esposto che non è stata spesa “una sola parola per spiegare quale sia il beneficio per Cdp derivante dalla scelta di un soggetto estero piuttosto che di uno italiano”, proseguendo con un fuoco di fila di domande: “È stata compiuta un’istruttoria in tal senso? È mai stata sollecitata una società italiana di venture capital? È mai stata prodotta qualche evidenza del fatto che la proposta imprenditoriale italiana si sia rivelata carente e per tale ragione sia risultato necessario rivolgere l’attenzione verso soggetti esteri?”.

Interrogativi tutt’altro che irrilevanti, specie se dovesse venir fuori che la risposta è “no” a tutte e tre le domande. La ciliegina sulla torta è infine l’aperta sottolineatura di un tema finora solo accennato a mezza bocca negli ambienti del venture capital italiano e che, specie abbinato alle domande precedenti, si presenta in una luce per certi aspetti scabrosa: quello di un possibile conflitto di interessi di Cdp, “amministrata” si legge nell’esposto “da una figura storicamente contigua alla finanza transalpina”.

Il riferimento è all’amministratore delegato Fabio Gallia, già a capo della banca francese Bnp Paribas, che per soprammercato siede anche nel Consiglio di amministrazione “di una nota charity italiana” (si tratta di Telethon) vicina alla stessa società francese (Sofinnova Partners), cui questo “denaro parzialmente italiano” starebbe per essere erogato. Nessuno può prevedere ovviamente quale peso la Corte dei conti darà a tali argomenti, ma sulla carta ce n’è più che abbastanza per un acceso dibattito sui ritardi dell’Italia nel cruciale settore del finanziamento all’innovazione industriale e sull’uso delle risorse pubbliche a questo scopo destinate.

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