L'Italia non è un Paese per acquisizioni

Nel mondo è boom. Da noi il calo nel semestre è del 46,6 per cento

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Sandra Riccio

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Si riaccende anche in Italia l’interesse per acquisizioni e fusioni (M&A). A livello mondiale i ritmi sono da boom e l’anno in corso potrebbe portare a nuovi record: nel primo semestre le operazioni sono cresciute del 50 per cento rispetto allo stesso periodo del 2013, a quota 1.700 miliardi di dollari. È il livello più alto dal picco storico toccato nel 2007, segno che l’economia globale sta entrando in una nuova fase. Rimane la cautela però: se i volumi salgono, il numero resta invece fermo. Questo perché chi acquista preferisce la qualità alla quantità. Il trend è tratteggiato dagli esperti della società di consulenza Ey in un recente studio globale sull’M&A i cui dati Panorama pubblica in esclusiva. I settori nei quali c’è più vivacità sono quelli delle telecomunicazioni con valori più che raddoppiati ma il dinamismo è grande anche tra i tecnologici con i colossi internet che muovono miliardi per ogni operazione.

E l’Italia? Nella prima metà dell’anno, il numero complessivo delle operazioni è stato pari a 498 per un controvalore complessivo di 9,5 miliardi di dollari. La più grande l’ha fatta Fiat con l’acquisto del 41,5 per cento di Chrysler per 3,6 miliardi di dollari. Altre sono in gestazione e nei prossimi mesi potrebbero arrivare a conclusione. Di sicuro è cambiato il clima. I numeri però dicono che da noi, il valore delle operazioni di M&A registra un calo del 46,6 per cento, mentre il numero scende del 25,2. "Nell’ultimo semestre notiamo una consistente crescita dei volumi in alcuni settori in Italia che, seppur con operazioni di valore ancora limitato, rappresentano un segnale incoraggiante rispetto all’andamento degli ultimi anni" dice Andrea Guerzoni, transaction advisory services managing partner di Ey. "C’è oggi molta più attenzione per l’Italia da parte di investitori esteri strategici, private equity o hedge fund, che avevano abbandonato il Paese negli ultimi anni".

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