Investimenti esteri: perché l'Italia piace di più

Secondo l’Indice Aibe-Censis, il Bel Paese segna una lieve ripresa della sua capacità di attrazione fuori dai confini ma resta terzultimo in classifica

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Maurizio Tortorella

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L’Italia sta faticosamente riguadagnando posizioni nella classifica internazionale che misura la capacità di attrarre gli investitori esteri. In maggio l’Indice Aibe, un indicatore di sistema realizzato dall’Associazione italiana delle banche estere (Aibe) in collaborazione con il Censis e d’intesa con i ministeri degli Affari esteri e dello Sviluppo economico, è
passato a 43,5 punti (la scala va da 0 a 100) dai 40,3 registrati nel maggio 2017.

L’indice era stato molto più alto nel 2015 e nel 2016, con 47,8 punti; nel 2014 era invece più basso, a 33,2 punti. Nella classifica internazionale 2018 dell’Indice Aibe (vedere il grafico) che mette a confronto le prime dieci economie mondiali a più alta capacità di attrazione degli investimenti esteri (in questo caso, la scala va da un minimo di 1 a un massimo di 10), l’Italia è al terzultimo posto con 5,5. Il dato è in crescita rispetto al 4,5 dello scorso anno, che corrispondeva all’ultimo posto della classifica.

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Il primo posto nella graduatoria è occupato dalla Germania, con un punteggio pari a 7,4. Seguono la Cina e gli Stati Uniti d’America con punteggi superiori a 7; al quarto posto la Gran Bretagna. Ottengono, poi, punteggi superiori a 6 la Spagna e la Francia. Nelle ultime due posizioni, dopo l’Italia, si trovano Brasile e Russia.

Tra i principali fattori che un investitore estero prende in considerazione nella scelta del Paese di destinazione, secondo l’indagine Aibe-Censis si colloca al primo posto il peso fiscale, che ottiene il 65,1% delle risposte. Inm seconda posizione viene il carico normativo/burocratico con il 51,2% di indicazioni. Al terzo posto la stabilità politica con il 37,2%. Anche il fattore “flessibilità del mercato del lavoro” raccoglie una percentuale significativa: il 25,6.

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