Aziende e protesti, qualcuno batta un colpo

Aumentano i protesti e il movimento ImpreseCheResistono propone di non pagare l’Irap e di metterla in busta paga ai dipendenti

(Credits: Imagoeconomica)

Giuseppe Cordasco

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Pressione fiscale, burocrazia inefficiente, giustizia lenta e sistema bancario indisponibile a fornire credito: è nel combinato disposto di questi fattori che bisogna cercare le ragioni della crisi che stanno affrontando in questo periodo le piccole e medie imprese italiane. A sottolinearlo per l’ennesima volta, visto che nonostante tutto non lo si fa mai abbastanza, è Luca Peotta, coordinatore del movimento ImpreseCheResistono. E il suo appello a fare qualcosa arriva nel giorno in cui da dati del Cerved, gruppo di consulenza finanziaria, elaborati dall’Ansa, emerge come almeno 47mila imprese nel 2012 hanno subito un protesto. “In questi mesi abbiamo assistito ad un fenomeno di credit crunch – attacca Peotta – di dimensioni mai viste. Linee di credito che vengono chiuse dalle imprese, oppure banche che richiamano propri clienti proponendo di estinguere fidi bancari per diminuire la propria esposizione. Il risultato è che quando serve liquidità si ricorre sempre più spesso alle cambiali e da qui al primo mancato pagamento scatta il protesto”.

LA CRISI, ECCO I NUMERI DELLA RECESSIONE

Un meccanismo infernale che però secondo Peotta è addirittura solo la punta di un iceberg ancora più micidiale. “C’è un giro di assegni post-datati, infilati nei cassetti delle imprese e dati come garanzia di futuri ‘pagherò’, che ha invaso ormai tutto il Paese, altro che 47mila aziende”. E stiamo parlando esclusivamente di piccole e medie imprese, la spina dorsale della nostra economia, che evidentemente non ce la fanno più a sopportare i troppi ostacoli che si frappongono a una più efficiente attività produttiva. “Oltre alle banche – continua Peotta – c’è il problema di una macchina burocratica infernale ed inefficiente, che ogni anno brucia risorse per 850 miliardi di euro senza offrire nulla in cambio. Per non  parlare poi dei tempi biblici della giustizia amministrativa che manda in malora centinaia di piccole imprese”.

Uno scenario dunque allarmante nel quale si innesta il quarto drammatico fattore di deterioramento dei conti delle aziende. “La pressione fiscale è ormai insopportabile – dice Peotta – e se si vuol far ripartire l’economia bisogna intervenire in maniera tempestiva”. E piove sul bagnato poi se si aggiunge che proprio oggi la Cgia di Mestre ha fatto sapere che sarebbero solo tre i milioni di euro di pagamenti arretrati sbloccati finora dalla pubblica amministrazione a favore delle imprese, a fronte di una massa debitoria di 70 miliardi di euro. Un ritmo da lumaca che porterebbe lo Stato a soddisfare i propri creditori in 1.900 anni. Un tempo irreale se si considera la drammaticità della situazione.

PAGAMENTI ALLE IMPRESE, ECCO LE PROPOSTE IN CAMPO

E allora il leader di ImpreseCheResistono Peotta prova a dare la scossa  lanciando una proposta pratica e facilmente attuabile, di quelle che solo un imprenditore alle prese con quotidiane difficoltà può partorire. “A giugno noi saremo chiamati a pagare l’Irap, non si scappa – afferma Peotta -. Ebbene, io propongo allo Stato uno scambio, che in parte è stato già ventilato anche da Giorgio Squinzi, presidente di Confindustria. Noi rinunciamo a trenta miliardi di aiuti alle imprese, che restano nelle casse pubbliche. In cambio, il gettito dell’Irap ogni impresa per metà lo mette mensilmente nella busta paga dei propri dipendenti e per un’altra metà lo rinveste nella propria azienda per spese di manutenzione e riorganizzazione industriale”.

TASSE, ECCO QUANTO PAGHIAMO

Una proposta che otterrebbe in un colpo solo tre risultati positivi: i lavoratori avrebbero più liquidità da spendere e potrebbero rilanciare i consumi; la manutenzione in azienda darebbe lavoro a tanti piccoli professionisti, dai muratori ai falegnami ai tecnici industriali; e lo Stato, se da questa operazione ne venisse un rilancio complessivo dell’economia, potrebbe trarne maggiori entrate fiscali. “Io sono già pronto a farlo con i miei 18mila euro di Irap che dovrò versare per quest’anno – annuncia Peotta -. Quello che serve ora è un governo che faccia propria questa proposta, o che comunque intervenga almeno su uno dei nodi sopra elencati. Il rischio altrimenti – conclude il piccolo imprenditore – e di avvitarsi in una crisi di cui non si vede più la fine”.

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