Imprese quotate: le italiane che crescono di più

Confrontate con le tedesche e le francesi, le nostre multinazionali sono piccole, meno dinamiche e perdono margini

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"Il Dito" di Maurizio Cattelan di fronte a Palazzo Mezzanotte, sede di Borsa Italiana – Credits: Vittorio Zunino Celotto/Getty Images

Massimo Morici

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Moncler, FCA Italy, Recordati, Brembo, Iren e Poste Italiane. Sono le sei grandi imprese quotate su Borsa Italiana che sono cresciute di più lo scorso anno in termini di fatturato rispetto all'anno precedente. Le prime quattro per incremento del giro d'affari negli ultimi cinque anni sono invece Fincantieri, sempre FCA Italy, Luxottica e Parmalat.

L’immagine (in chiaroscuro) della grande industria italiana presente a Piazza Affari emerge dalla consueta indagine dell’Area Studi di Mediobanca che raccoglie i profili dei principali gruppi italiani quotati tra il 2012 e il 2016. In breve vi riportiamo i risultati dell'indagine.

La prima della classe

L'azienda guidata da Remo Ruffini, quotata nel dicembre 2013, è quella che ha fatto meglio di tutte lo scorso anno: Moncler ha messo a segno un bel +18,5% sul 2015. Marchio francese (nato a Monestier-de-Clermont nel 1952), diventato italiano negli anni ’90 e acquistato poi da Ruffini nei primi anni del nuovo millennio, Moncler stacca i 41 grandi gruppi industriali italiani che hanno registrato assieme un giro d’affari di 342 miliardi di euro.

Sempre peggio per le grandi tricolori

Una fotografia con poche luci e tante ombre, si diceva. A partire dal fatturato delle prime dieci multinazionali italiane quotate:in calo del 5,3% sul 2015 e addirittura del 17,4% sul 2012. Il confronto con Germania, Francia e Regno Unito è impietoso.

Qualche numero: i nostri primi 10 gruppi per capitalizzazione hanno un fatturato di 84 miliardi di euro, meno di un decimo della top ten tedesca (767 miliardi), un quarto di quelli francesi (327 miliardi) e metà di quelli britannici 180 miliardi.

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– Credits: Area Studi Mediobanca

Il confronto con Germania e Francia

Le nostre prime dieci "blue chip" sono anche meno dinamiche (5,1% la crescita rispetto all’11,9% dei francesi e al 6,6% dei tedeschi), perdono margini (-30,5% rispetto al +35,7% dei francesi e al 21,9% dei tedeschi) e sono meno presenti all’estero: il fatturato non domestico è il 76,8% rispetto all’85,8% francese e all’83,2% tedesco. 

Manco a dirlo, la nostra top 10 fa peggio anche in Borsa: +13,6% la variazione delle quotazioni negli ultimi cinque anni contro il +39,9% dei tedeschi, il +34% dei francesi e il +29,8% dei britannici. Unica nota positiva è la crescita dell’occupazione: 7,2% quella degli organici dei grandi gruppi, ma soprattutto all’estero (+11,2%).

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– Credits: Area Studi Mediobanca

Le altre virtuose

Torniamo alla classifica delle grandi aziende quotate che sono cresciute di più. Dietro Moncler troviamo: FCA Italy (+14,8%), che però non è più italiana, perché Exor, la holding degli Agnelli che controlla il gruppo, si è trasferita in Olanda; il gruppo farmaceutico Recordati (+10,1%); gli impianti frenanti Brembo (+8,6%), la utility Iren (+7,2%), nata dalla fusione delle ex municipalizzate di Parma, Reggio Emilia, Genova e Torino; e Poste Italiane (+6,1%). 

Dal 2012 al 2016 il podio vede invece al primo posto Fincantieri (+88,9%), ancora FCA Italy (+65,7%) e Luxottica (+28,2%). Poco sotto, al quarto posto si piazza Parmalat (+24,1%). 

Una specie in via di estinzione

Il report di Mediobanca lancia l'allarme sulle grandi imprese tricolori che stanno diventando "una specie sempre più rara": non se n’è andata infatti solo l’ex Fiat dopo la fusione con Chrysler, ma anche Luxottica (a breve francese), Pirelli e Italcementi (delistate dopo il takeover straniero) hanno cambiato passaporto.

Parmalat (in mano ai francesi di Lactalis) stava seguendo la stessa strada. Dalla crisi dell'Eurodebito le multinazionali italiane in Borsa hanno cambiato pelle: oggi sono sempre più statali (i big si chiamano Enel, Eni e Poste Italiane) o a controllo estero. In giro, poi, si vedono sempre meno di imprenditori italiani.  

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