Ilva un anno dopo: vendite giù del 20%

Il gruppo fa i conti sugli effetti dell’offensiva dei magistrati

Emilio RIva, 87 anni (credits: Imagoeconomica)

Guido Fontanelli

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Tra qualche giorno Emilio Riva potrebbe tornare in libertà. Il condizionale è d’obbligo, perché nella vicenda Ilva può succedere di tutto, come dimostrano le ultime polemiche che hanno investito a Taranto il commissario governativo Enrico Bondi. Quel che è certo è che Emilio Riva, classe 1926, proprietario dell’omonimo gruppo siderurgico, accusato di disastro ambientale doloso, è agli arresti domiciliari da un anno, dal 26 luglio 2012. Come il figlio Nicola, ex presidente dell’Ilva, e Luigi Capogrosso, ex direttore dello stabilimento. Venerdì 26 scadono i termini per la carcerazione preventiva e in teoria i Riva e Capogrosso saranno liberi, anche se il Tribunale di Taranto potrebbe imporre nuove misure cautelari, come obbligarli a non uscire dal comune di residenza. Intanto il tribunale sta per chiudere le indagini (il procuratore capo Francesco Sebastio aveva indicato il termine di fine giugno) e in autunno potrebbe tenersi l’udienza per il rinvio a giudizio.

Il gruppo Ilva (16 mila dipendenti) ha dovuto battersi in questi mesi per recuperare credibilità davanti ai clienti, soprattutto dopo il sequestro di prodotti disposto dai giudici il 26 novembre 2012: nell’audizione del 19 giugno scorso davanti alla Camera, Bondi ha esposto un grafico che mostra come fra ottobre e marzo le vendite dell’Ilva si sono praticamente dimezzate, mentre ora la situazione è un po’ migliorata e le consegne sono più o meno all’80 per cento dei livelli pre sequestro. E tutto ciò è accaduto sulla base di una perizia sulla situazione ambientale e sanitaria di Taranto, chiesta dalla procura, che è stata in parte smentita dal tribunale amministrativo. Ma questa è l’Italia.

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