Ilva, a Taranto si teme il blocco delle attività

Riva jr. scrive dall'Inghilterra, gli avvocati difensori della famiglia aspettano le novità dalla procura. Ma intano 1 miliardo di produzione è fermo in banchina

Il casco protettivo di un dipendente dell'Ilva di Taranto(Credits: LaPresse)

Marino Petrelli

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Impianti restituiti all’Ilva, ma i prodotti semilavorati restano ancora confiscati. Intanto, Fabio Riva, 
figlio del patron dell’acciaieria nell’occhio del ciclone da qualche mese, scrive dalla Gran Bretagna
 e si mette a disposizione delle autorità londinesi.

 L’Ilva adesso teme il blocco totale delle attività, nonostante la Procura abbia “restituito” gli 
impianti all’azienda, applicando quanto indicato nel decreto legge varato il 3 dicembre. Ma ha
 detto no alla richiesta di riavere anche i prodotti finiti e semilavorati, 1.800 tonnellate, del valore 
complessivo di 1 miliardo di euro, pronti per essere commercializzati e giacenti sulle banchine 
dell’area portuale dal 26 novembre.

Secondo fonti interne all’azienda raccolte da Panorama.it,
 l’area a freddo sarebbe completamente ferma, ma nessuna decisione è ancora stata presa nei
 confronti dei lavoratori. Le operazioni di carico e scarico delle navi a Taranto restano bloccate; in
 rada davanti al capoluogo pugliese ci sono una quindicina di navi ferme.

Le scorte di carbon coke di minerale di ferro sono ormai al limite e consentono all’Ilva un'autonomia di qualche giorno 
ancora, dopo l’azienda sarà costretta a fermare gli impianti.

 Ad essere bloccate sono anche le gru addette allo scarico delle materie prime, situate su due degli
 sporgenti portuali dell’azienda. L’Ilva, per ovviare all’emergenza , ha deciso di utilizzare una ditta 
esterna per scaricare materie prime che consentano il funzionamento degli impianti, ma si arriva al
 massimo a 10 mila tonnellate al giorno quando ne occorrerebbero circa 50 mila.

FABIO RIVA SCRIVE AI GIUDICI TARANTINI
Si pensava fosse negli Stati Uniti, altri lo avevano visto in Brasile. Fabio Riva, figlio di Emilio Riva 
agli arresti domiciliari dal 26 novembre, vicepresidente di Riva Group, proprietaria dell’acciaieria 
Ilva di Taranto, e non solo, è invece in Gran Bretagna da dove ha scritto una lettera ai magistrati
 di Taranto. Poche righe con cui informa di aver saputo che è stato emesso un provvedimento di
 custodia cautelare nei suoi confronti e di mettersi a disposizione delle autorità inglesi.

“Mi sono
 rivolto allo studio BCL Burton Copelan, per essere assistito e, seguendo la loro indicazione, ho 
deciso di mettermi a disposizione dell’autorità inglese. A tal fine ho eletto il mio domicilio presso il
loro studio a Londra”, si legge in un passaggio della lettera.

 A disposizione della procura londinese, non di quella tarantina, intenzionata ad emettere un
 mandato d’arresto europeo per porre fine alla latitanza.

La procedura non è facile e prevede un
 primo riconoscimento dello status di latitante in altro Stato e in seguito il mandato d’arresto europeo
 affidato all’Interpol. I due provvedimenti saranno come sempre richiesti dal pm e convalidati dal
 gip che a sua volta farà transitare le istanze attraverso il ministero della Giustizia. “La decisione
 della latitanza è una scelta, non è un reato. Una scelta tecnica legittima e si riferisce a una sfera del
 tutto personale – ci dice l’avvocato Giandomenico Caiazza”.

Dallo studio dell’avvocato Egidio Albanese, difensore del gruppo Riva, non
 commentano. Certo è che 
Albanese ha depositato le istanze firmate dal presidente dell’Ilva, Bruno Ferrante, con le quali
 chiede alla Procura “la rimozione dei sigilli dei beni oggetto del sequestro preventivo”, rinunciando
 al Riesame, previsto ieri, e sperando di impedire che il gip o i giudici, deputati a farlo, aprano 
il contenzioso con la Corte Costituzionale, sul conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato e
 sulla incostituzionalità della legge. Un contenzioso che, da quanto si apprende, ancora non è del 
tutto accantonato dalla Procura tarantina che starebbe studiando altre mosse. “Non entro nel
 merito della vicenda del conflitto dei poteri - aggiunge Caiazza -. Quello che sta accadendo è
 evidentissimo: a Taranto esistono problemi enormi, ma ognuno deve rispettare i propri ambiti”.

LA DIFESA DI ARCHINA’ E LIBERTI: NON FU CORRUZIONE
Caiazza difende, assieme agli avvocati Albano e Pierotti, Girolamo Archinà, responsabile delle
 relazioni esterne dell’Ilva dal 2006 al 2012 e accusato di corruzione in atti giudiziari, associazione
 a delinquere e falso, nell’ambito dell'inchiesta sulle presunte pressioni che sarebbero state
 esercitate dall'azienda, suo tramite, per ammorbidire i controlli e ottenere autorizzazioni ambientali
 favorevoli. Il giorno 6 dicembre si è tenuto il riesame per il carcere scattato per l’ex pr con una novità importante: 
un video in cui si vede chiaramente che tra Archinà e Lorenzo Liberti, ex consulente della procura
 che avrebbe ricevuto una tangente, non avviene alcun passaggio di buste o soldi, ma solo di un foglio
 che viene letto e poi ripassato nelle mani dell’ex dipendente Ilva.

Se confermato, quel video getterebbe una luce del tutto diversa su un episodio cardine di questo 
filone investigativo. Anche perché ieri sono state smontate molte altre considerazioni emerse dalle 
intercettazioni. Per esempio, non corrisponde al vero che Ilva ha effettuato numerose donazioni
 alla curia tarantina, ma c’è solo un versamento di dieci mila euro fatto per una manifestazione 
natalizia.

Così come, dicono gli avvocati difensori, nessuna persona nominata da Archinà ha poi
 avuto pressioni o è stato rimosso dal proprio ruolo. Quindi, cadrebbe anche l’accusa di aver epurato
 personaggi scomodi, che restano ancora oggi al proprio posto.

Il collegio del riesame è riunito, entro 
lunedì si dovrebbe conoscere l’esito. 

“Non faccio previsioni" dice Caiazza. "
Le imputazioni sollevate dalla procura sono reati gravissimi che prevedono pene che vanno da un minimo di 15 anni a un 
massimo di 30. Prima ancora dell’aspetto patrimoniale (in caso di violazioni l’azienda rischia
 multe fino al 10% del fatturato e nei casi più gravi l'amministrazione controllata e la perdita della
 proprietà da parte del Gruppo Riva, nda), c’è l’aspetto penale. Sono contestati comportamenti dolosi
 ed è proprio il dolo a cambiare tutto il dibattimento. Il dolo, mi pare, stia diventando un’abitudine, 
pare essere una corsa emulativa ad altri reati. Se non si trovano altre imputazioni si aggiunge il dolo
 e le eventuali condanne sono più pesanti. Mi chiedo, molto onestamente, se questo operato risponda 
ad un ordinamento giuridico corretto o se ci siano esagerazioni. Mi chiedo anche, ma questo 
saranno altri a stabilirlo, se l’Ilva sia l’unica azienda ad inquinare Taranto o se siamo di fronte ad un
 sistema industriale complessivo che inquina da decenni”.

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