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Ilva, perché Del Vecchio scende in campo

Il fondatore di Luxottica annunciando di voler investire nell’acciaio, conferma forse che a Taranto c’è ancora futuro per l’industria pesante

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Giuseppe Cordasco

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Diciamolo subito: l’intenzione di Leonardo Del Vecchio, fondatore di Luxottica e tra gli industriali più affermati del nostro Paese, di voler partecipare finanziariamente a una delle cordate in campo per rilevare l’Ilva di Taranto ha sorpreso non poco. Perché, si stanno chiedendo in tanti, un imprenditore che ha da poco compiuto 81 anni e che ha costruito il suo successo sull’investimento produttivo, si potrebbe dire sul “fare”, dovrebbe impegnarsi in una partita che, al momento, appare per lui di natura strettamente finanziaria? E perché soprattutto, il numero uno di un’azienda che conta circa 78mila dipendenti e che vanta un patrimonio netto di circa 19 miliardi di dollari che ne fanno secondo Forbes uno degli uomini più ricchi del mondo, dovrebbe andare ad impelagarsi in una storia intricata e controversa come quella dell’Ilva di Taranto?


“Mi sembra il segnale più evidente – risponde secco Aldo Enrietti, economista dell’Università di Torino – che probabilmente sull’Ilva si possa ancora guadagnare”. E poi subito aggiunge. “Significa che quest’azienda, debitamente ristrutturata e risanata, può ancora industrialmente stare in piedi e far fare soldi a chi la possiede”. Insomma, l’idea di Del Vecchio di partecipare alla cordata che vede protagonista il Gruppo Arvedi, sostenuto a sua volta finanziariamente dalla Cassa depositi e prestiti, è tutto sommato una buona notizia. “Vuol dire che ci sono industriali intenzionati a diversificare – prosegue Enrietti – e lo fanno investendo su imprese per le quali tra l’altro sono finiti anche gli aiuti di Stato, quindi a proprio rischio e pericolo. E se a farlo è uno come Del Vecchio, che nella sua vita professionale ha sbagliato molto poco, significa certamente che il gioco vale la candela”.


Dunque si tratterebbe di un investimento ovviamente ben ponderato, le cui ragioni non si possono esaurire in quella nota romantica che ha fatto dire a Del Vecchio di voler tornare in Puglia a fare impresa, nella sua terra d’origine, visto che suo padre era nato a Barletta prima di trasferirsi a Milano. “D’altronde – fa notare Andrea Stocchetti, economista dell’Università Ca’ Foscari di Venezia – un industriale del livello di Del Vecchio non ragiona più solo in termini strettamente produttivi, il suo patrimonio va gestito anche, e forse soprattutto, a livello finanziario e dunque non sorprende, ove vi fossero e ci sono sicuramente analisi di mercato ben strutturate, la scelta di puntare sull’Ilva di Taranto”. E la conferma a questa tesi giunge dal fatto che già attualmente, la Delfin, la cassaforte lussemburghese di famiglia che controlla Luxottica, vanta, tra le altre cose, investimenti di carattere strettamente finanziario, come quelli nell’immobiliare francese Foncière des Régions e nelle Assicurazioni Generali.

Ilva, le responsabilità dei Riva e della procura


“D’altro canto – dice sorridendo Carlo Scarpa, economista dell’Università di Brescia – non mi sembra che tra occhiali e acciaio ci possano essere sinergie industriali”. Una constatazione a cui ne fa seguire un’altra decisamente più seria. “Del Vecchio è stato un industriale vero, uno di quelli che dove ci ha messo i quattrini, lo ha fatto sempre per fare qualcosa in prima persona, non certo per far decidere ad altri. Nel caso dell’Ilva la storia certamente sarà diversa, e probabilmente per questo imprenditore di successo mondiale si tratterebbe dell’ennesima sfida”. A questo proposito, la data da tenere a mente è quella del 23 giugno prossimo, quando scadranno i termini per presentare ufficialmente le cordate interessate a rilevare l’Ilva e si potrà capire ancora meglio quale sarà il ruolo che Del Vecchio vorrà davvero giocare in questa vicenda.

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