Ilva, le tre sfide per il futuro

I prodotti restano sotto sequestro mentre Fabio Riva viene arrestato. Ora bisogna fare i conti con il futuro dello stabilimento, del mercato dell'acciaio e la salute dei tarantini

Lo stabilimento Ilva di Taranto – Credits: Ansa

Marino Petrelli

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Era nell’aria, adesso arriva la conferma ufficiale: il gip di Taranto, Patrizia Todisco, ha respinto l’istanza di dissequestro dei prodotti dell’Ilva, rinviando gli atti alla Consulta relativamente alla cosiddetta legge “salva Ilva”. Anche il Tribunale di Taranto, in funzione di giudice dell’appello, la scorsa settimana aveva sollevato dubbi di costituzionalità della legge 231 , sospendendo il giudizio in attesa della decisione della Corte costituzionale, che ha fissato l’udienza il prossimo 13 febbraio. E, proprio in queste ore, c'è un altro colpo di scena nella vicenda: secondo quanto riporta il Nuovo Quotidiano di Puglia , Fabio Riva, vicepresidente di Riva Fire, e figlio del patron dell'Ilva Emilio Riva, è stato arrestato a Londra. Era ricercato dal 26 novembre scorso, giorno degli arresti nell'ambito dell'inchiesta per disastro ambientale a carico dei vertici dell'Ilva di Taranto.

Resta bloccato, dunque, il miliardo di euro di acciaio, sotto sequestro da due mesi, perché prodotto quando lo stabilimento doveva essere fermo. E ora c’è il rischio concreto di scenari a tinte molto fosche per il futuro dello stabilimento tarantino. Bruno Ferrante è stato chiarissimo: “Se i prodotti di Taranto non dovessero essere dissequestrati c’è uno scenario inevitabile: il blocco degli stabilimenti di Taranto, Genova e Novi Ligure. In caso di dissequestro, invece, l’Ilva ha confermato che i proventi della commercializzazione verranno destinati agli adempimenti Aia, alle retribuzioni dei 16mila lavoratori e a quant'altro necessario per la sopravvivenza dell'azienda”.

Un messaggio, nemmeno poi tanto velato, al giudice Todisco che invece questa mattina non si è fatta intimidire e ha emesso la sua sentenza. Ora la palla passa al Governo che discuterà della vicenda in un consiglio dei Ministri in cui, secondo indiscrezioni, sarebbe pronto un nuovo provvedimento ad hoc per sbloccare la situazione. Oggi, su Twitter, il ministro dell’Ambiente Corrado Clini ha scritto: “Spero che sull’Ilva non sia necessario adottare un altro provvedimento”.

IL FUTURO DELLO STABILIMENTO

Attualmente la cassa riguarda 2400 persone, di cui 1200 effettivamente in cassa, ma l’Ilva è orientata a chiedere anche la cassa integrazione in deroga per altre 700 unità. Gli operai sono in continua agitazione e una serie di assemblee si terranno tutti i giorni in fabbrica. Il clima in città è ancora più teso, se possibile, e da questa mattina a Taranto sono arrivati altri 500 poliziotti per gestire il difficilissimo momento. La paura è tanta. Secondo quanto apprende Panorama.it da fonti investigative, si parla di un movimento operaio sempre più disaggregato, con i tradizionali sindacati non in grado di controllare la situazione e pezzi di fabbrica controllati dai vecchi sodali del sindaco, Giancarlo Cito, e a elementi vicini alla criminalità e a persone vicine all’area antagonista.

La Fil Cisl ha diffuso pochi minuti fa una nota molto dura nei confronti della magistratura. "Non è pensabile che nel nostro paese ci sia una piccola parte della magistratura che selezioni quali sono le leggi da applicare, finanche le denunce che le vengono presentate. E' assurdo da parte di chi dovrebbe sovrintendere al rispetto delle leggi. La magistratura non ha nelle sue prerogative la decisione sulla vita e la morte degli stabilimenti, ma impedire che si violino le leggi". E la presa di posizione del sindacato prosegue: "Abbiamo visto di buon grado l'intervento iniziale per colmare anni di vuoto politico e d'incapacità risolutoria. Serve ora, il ripristino di un maggiore equilibrio dei poteri dello Stato, anche perchè la situazione attuale ha due effetti, entrambi negativi: non ambientalizzare lo stabilimento e il territorio e mettere a rischio ventimila famiglie fornendo un ottimo alibi all'azienda per non dar corso all'Aia".

Per il segretario generale della Uilm, Rocco Palombella, l’azienda “ha ribadito l’impegno a reperire le risorse finanziarie per garantire il pagamento regolare degli stipendi di gennaio, ma non ha nascosto le difficoltà di poter continuare a produrre. L’unica soluzione, aggiunge, è quella di applicare la legge 231: il blocco delle merci è un intralcio alla sua applicazione”. Maurizio Landini, numero uno della Fiom, è ancora più duro verso l’azienda: “C’è un problema di credibilità dell’operazione: ci vogliono quattro miliardi di euro di investimenti e per ora la famiglia non li ha tirati fuori. Tempo da perdere non ce n’é più, piuttosto c’è il rischio che tra qualche giorno riesploda la situazione”.

LA PRODUZIONE ITALIANA DELL’ACCIAIO

Se si ferma l’Ilva di Taranto, le ripercussioni risulteranno drammatiche anche per gli stabilimenti collegati di Genova e Novi, destinati anch’essi al blocco delle attività. Il polo tarantino ha un capacità produttiva di circa 10 milioni di tonnellate annue, pari a oltre il 40 per cento delle produzione nazionale di acciaio. La chiusura dello stabilimento pugliese rischia di mettere in ginocchio la produzione manifatturiera italiana. I costi di sostituzione sulla bilancia commerciale e gli extra costi di approvvigionamento sono stimabili tra i 4,5 e i sette miliardi di euro per anno. I costi per la collettività, ovvero cassa integrazione, imposte e oneri sociali, sarebbero pari a quasi un miliardo di euro l’anno.

Il braccio di ferro giudiziario ha un’altra conseguenza: impedisce di fatto all’Ilva di dare corso all’Aia, l’Autorizzazione integrata ambientale, cioè agli interventi di risanamento e riqualificazione dell’area a caldo del sito siderurgico pugliese che sono stati oggetto di attacco da parte della magistratura. Ferrante, appena saputa la decisione del giudice Todisco, ha presentato una nuova istanza con l’impegno da parte dell’azienda di “destinare le somme ricavate dalla commercializzazione del prodotto sequestrato alle opere di ambientalizzazione previste dall’Aia, alla remunerazione delle maestranze e a quanto altro necessario per la sopravvivenza dell’azienda Il Garante nominato dal Governo per l’attuazione dell'Aia avrà a disposizione i più ampi poteri per verificare il rispetto degli impegni da parte dell’azienda”.

I TARANTINI CHIEDONO IL RISPETTO DELLA SALUTE

“L’Aia non rispetta la salute dei tarantini. L’Aia è un permesso di inquinare e uccidere per altri 3 anni, tempo stimato per la crisi dell’acciaio e la conseguente fuga da Taranto dei Riva che nel frattempo non investiranno un centesimo per la messa a norma degli impianti, come da 50 anni a questa parte hanno dimostrato violentando la nostra salute e la nostra terra”. Si legge sulla pagina Facebook dei Sostenitori del giudice Todisco .

C’è sempre in ballo la riqualificazione del quartiere Tamburi diventato tristemente famoso per la presenza dell'Ilva. Sono stati selezionati 28 progetti che potranno usufruire di un co-finanziamento nazionale di 318 milioni di euro attivando nell’immediato investimenti per 4,4 miliardi di euro tra fondi pubblici e privati. Soldi, è bene dirlo, già a disposizione. Tra gli interventi di maggior rilievo, quello che riguarda le aree attigue all’Ilva, dove sorgerà un’ampia zona verde studiata per fare da filtro all’inquinamento.

Altra nota dolente è la compravendita delle case, pressoché “fermo intorno al rione Tamburi”, come dicono dalla sede provinciale della Fiaip . “I prezzi delle case sono scesi in media del 15-20 per cento e la riduzione delle compravendite rispetto al 2011 dovrebbe essere del 40-45 per cento – dicono gli esperti -. Si tratta per ora di stime, ma nel 2012 su Taranto città gli scambi non sono andati oltre le 1.100-1.200 unità residenziali”.

“Si spaccia la decisione di dissequestrare il prodotto finito dell’Ilva come un atto di assoluto rispetto della magistratura e nell’intento comune e prioritario di tutelare ambiente e salute dei lavoratori e cittadini di Taranto - scrive in una nota il comitato delle “donne per Taranto” -. E’ necessario che tutti sappiano che, al contrario, è un chiaro tentativo di cambiare le regole del giudizio costituzionale perchè, per ragioni di ordine processuale, qualora la magistratura dovesse togliere i sigilli alle merci sequestrate, la questione di costituzionalità dello stesso diventerebbe inammissibile, rendendo così inefficace il lavoro della magistratura stessa”.

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