Uber e le polemiche: chi disturba il conducente muore

Una dirigente della società che offre autisti privati con una app per smartphone racconta la sua storia: dalla felicità di lavorare per un’azienda innovativa allo scontro con chi non vuole concorrenti. Fra insulti e botte

Credits: Ufficio Stampa

Elena Lavezzi

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Quando il 18 febbraio scorso, appena dopo pranzo, firmo il mio primo vero contratto di lavoro, quasi mi trema la mano. Dopo una laurea triennale in economia alla Bocconi, un master in marketing alla Escp Europe di Parigi, dopo infiniti curriculum inviati, decine di colloqui fatti e diversi stage non retribuiti o pagati 400 euro al mese, è arrivato per me il momento di vedere concretizzarsi tutti i sacrifici.

Mi ero ripromessa che mi sarei legata a un’azienda qualora avessi davvero trovato quella giusta per me, altrimenti avrei provato a dare vita a un’idea imprenditoriale che avevo in testa da diverso tempo. Ma in Italia è arrivata Uber, la app tramite cui si richiede l’autista privato che in poco tempo ti raggiunge ovunque tu sia e che ha un prezzo accessibile. È una delle 10 aziende più innovative del mondo insieme a Facebook e Google e a crescita più rapida di eBbay. Stanno formando il team di lancio del mercato italiano e, insieme a un general manager e a un operation manager, ci sarà bisogno di un community manager. Ritengono che quella figura possa essere rappresentata da me e io accetto al volo senza pensarci un secondo.

Ricapitolo nella mia testa cosa mi sta succedendo: «Tu Elena, appassionata al mondo delle start-up, vai a lavorare per una delle neonate aziende più “disruptive” e “cool” del pianeta, direttamente fondata in Silicon Valley… wow!!!». Disruptive, appunto. Se cerco la traduzione di questo vocabolo, il mio computer mi restituisce «perturbatore/ di disturbo». Eh già, nel giro di poco tempo avrei capito il significato di questa parola.

Quando ho firmato il contratto, ho pensato che un servizio del genere avrebbe portato un’ondata di internazionalità alla mia adorata Milano. Già molto affermato negli Usa e in altre capitali europee, finalmente Uber avrebbe accompagnato anche qui centinaia di persone alle feste, agli incontri di lavoro, a prendere un aereo o a fare una commissione, in maniera elegante e di classe, avvicinando coloro che nemmeno sapevano cosa fosse un Ncc (noleggio con conducente) a questo servizio premium.

Corre l’anno 2013, Milano ostenta in ogni angolo, in ogni cartellone, in ogni evento il suo ruolo di capitale italiana delle startup e dell’innovazione, si vanta del fatto che ospiterà l’Expo 2015, spuntano acceleratori come funghi e ci sono centinaia di concorsi che premieranno le idee innovative. Uber si incastra perfettamente in un piano di modernizzazione della città nei diversi suoi aspetti, quali per esempio il mondo dei trasporti.

Per queste ragioni ero convinta che l’arrivo di questo nuovo servizio sul mercato italiano sarebbe stato accolto con entusiasmo. Invece, fin da subito, iniziamo a essere ostacolati e accusati di illegalità da alcuni tassisti, che ci contestano il fatto che gli autisti nostri collaboratori non tornino all’autorimessa dopo ciascuna corsa. La legge in questione, che prevede dopo ogni corsa il ritorno della vettura all’autorimessa, è prorogata per l’undicesima volta, quindi non applicabile, come da noi peraltro già ribadito più volte. La notte del party di lancio ufficiale del servizio a Milano veniamo accolti alla Terrazza Martini da alcuni tassisti che ci guardano e ci deridono. La stessa notte la polizia locale ferma due nostre auto e ritira le  rispettive licenze, subito restituite perché non c’era ragione di trattenerle.

E fino a qui, niente di troppo grave. I media si interessano a noi, i giornali ci dedicano molti articoli e le radio vogliono farsi raccontare questo servizio di lusso che si aggira tra le strade della città. Ma, in occasione di un nostro intervento a Radio 105, si crea sotto la sede della radio una sorta di corteo di protesta con alcuni tassisti muniti di striscioni. Dopo l’accaduto, mi permetto di scrivere sulla mia pagina personale di Facebook quanto sia vergognoso che in Italia certi atti vengano rivolti contro un’azienda che porta innovazione al settore della mobilità.

Da lì le cose iniziano ad assumere toni diversi. Ricevo per due giorni di fila messaggi privati di ogni genere e colore, per esempio che sono patetica, che dico un sacco di c...te e, che sono una z...la e che devo stare attenta, che sono una sfigata e che ho rotto i co...ni. In più sulla pagina Facebook ufficiale di Uber mi viene scritto di non mettere mai più piede sui taxi perché muniti della mia foto con scritto «wanted». Uguale trattamento viene riservato a Benedetta, la general manager, sotto il suo blog. Viene addirittura creata una pagina Facebook, «Uber no thanks», dove siamo insultati anche a livello personale.

Qualche giorno fa alcuni degli autisti che collaborano con noi sono stati seguiti da gruppi di persone non ancora identificate, poi picchiati, insultati e presi a sputi. Inoltre, abbiamo visto pattuglie della polizia locale dietro alle auto dei nostri partner, pronta a ritirare licenze con verbali generici, privando per mesi l’autista in questione dell’unica fonte di reddito che ha. Dunque da un lato abbiamo il numero degli utenti che cresce esponenzialmente di settimana in settimana e dall’altra gli autisti hanno paura di mettersi in servizio con noi.

Tutto questo è completamente in contrasto con la mia quotidianità dietro la community degli utenti che utilizza il servizio. Loro mi scrivono sempre, mattino, pomeriggio, notte o weekend che sia, chiamandomi per nome e instaurando un rapporto amichevole. Ciò mi fa capire quanto il servizio porti beneficio alla città di Milano. Alessia ha scelto di farsi accompagnare all’altare da una delle nostre auto e Silvia ci ringrazia perché il giorno del blocco del traffico molte persone riusciranno a raggiungere la sua mostra con Uber.

Lavorare per Uber e portare avanti la nostra causa è diventato qualcosa di più importante che riuscire a mantenere vivo il business di una app che ti fa arrivare un autista privato. Se Uber non riesce a operare in Italia, gli effetti come minimo saranno due: aziende simili che arrivano dalla Silicon Valley e che potrebbero portare molta occupazione giovanile eviteranno di entrare nel mercato italiano; dall’altra parte tutti coloro che vorrebbero dare vita a imprese rivoluzionarie faranno la valigia e andranno via.

In questo clima teso, rimane sempre il fatto che dietro a questo ci siamo Benedetta, Tomaso (operation manager) e io. Noi tre continuiamo la nostra sfida, il nostro viaggio sulle montagne russe che ci regala emozioni forti di continuo e che fa sì che ogni giorno sia diverso dal precedente. Vediamo la app crescere e migliorare di giorno in giorno, abbiamo assistito all’inaugurazione della sede romana e da pochi giorni è avvenuta l’introduzione della scelta fra berlina nera e van per l’utente. Ogni piccolo passo, ogni miglioramento, è una gioia, è come vedere crescere il proprio bambino. Un bambino
che di soddisfazioni ne regala tante, a partire dalla risposta che stiamo avendo dagli utenti che ci adorano. Quando è stato chiesto loro di scrivere al Comune di Milano di sostenerci in questa battaglia, si sono scomodate ben 3 mila persone in tre giorni con nome e cognome. 

Alcuni tassisti ci accusano di non averli interpellati prima di lanciare Uber in Italia. Ma davvero per fare innovazione bisogna chiedere il permesso a qualcuno? Immaginatevi l’inventore delle email che chiama al telefono i direttori delle poste di tutto il mondo e dice: «Ehi ciao, ti dispiace mica se da domani creo un sistema grazie al quale con un clic le persone potranno inviarsi ogni genere di documento da una parte all’altra del mondo in un nanosecondo?».

Elena Lavezzi è community manager di Uber

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