Nerio Nesi
Aziende

Le banche e l'Europa visti da Nerio Nesi

Intervista a tutto tondo all'ex presidente della Bnl

Lo chiamavano il «banchiere rosso». Ma in realtà Nerio Nesi, 91 anni portati con eleganza, tanto rosso non lo è: cattolico, dopo aver fatto la Resistenza preferì schierarsi con la Democrazia cristiana in una Bologna dominata dal Pci. Anticonformista, Nesi ha attraversato da protagonista la storia italiana del dopoguerra. Socialista della corrente di Riccardo Lombardi, presidente della Bnl negli anni Ottanta (da cui si dimise dopo lo scandalo della filiale di Atlanta, responsabile di un finanziamento di 8 mila miliardi di lire a favore di Saddam Hussein, in guerra con l'Iran), ministro dei Lavori pubblici nel governo di Giuliano Amato del 2000-2001.

Nella sua carriera ha incrociato quattro governatori della Banca d’Italia, si è trovato a gestire una Bnl piena di piduisti, si è scontrato con Bettino Craxi, ha litigato con Fausto Bertinotti e fondato insieme a Romano Prodi il centro di ricerche Nomisma. Torinese d’adozione e fervente juventino, ora è presidente (senza compenso) della Fondazione Cavour di Santena (Torino), ricavata nelle scuderie del palazzo di campagna di Camillo Benso conte di Cavour. Con orgoglio mostra la splendida ristrutturazione degli edifici e gli oggetti che sono appartenuti a Cavour e alla sua famiglia: gli arredi della camera da letto, la divisa del nipote Augusto che fu ucciso nella battaglia di Goito nel 1848, i ritratti, i libri. All’inizio di quest’anno, il 23 gennaio, Nesi ha consegnato a Mario Draghi, presidente della Bce, il Premio Cavour: 2.800 euro e una riproduzione in oro degli occhiali di Cavour.  

Da dove arriva questa passione per Cavour?
Un giorno mio padre mi disse: Cavour è l’uomo che fece l’Italia. Avevo appena 11 anni. E da allora questo grande personaggio mi ha accompagnato nella vita. Pensi come certe cose ti restano nella testa fin da quando sei piccolo…

Che cosa penserebbe Cavour dell’Europa di oggi?
Che è una cosa giusta, ma non va fatta a due velocità come propone Angela Merkel. 

L’euro?
Va salvato. Ma non dimentichiamo che la Germania è sempre la stessa: vuole comandare.

Lei è ancora di sinistra?
Con molta sincerità le devo dire di sì, sono di sinistra.

Che cosa vuol dire essere di sinistra?
Volere il progresso, tentare di realizzare l’uguaglianza o quantomeno ridurre le diseguaglianze, che in Italia aumentano di giorno in giorno. E far sognare la gente. Ecco, oggi alla sinistra manca questo: il sogno, l’utopia.

Che effetto le fa vedere lo Stato entrare nel Monte dei Paschi?
Non mi sconvolge. Ma mi spiace vedere com’è finita una banca regolata da uomini di sinistra in una città di sinistra.

Le piace Carlo Messina, l’amministratore delegato di Intesa Sanpaolo?
Beh, lo assunsi io in Bnl, quando prendevamo i migliori laureati d’Italia.

E Giovanni Bazoli?
Un uomo duro e abile. Quando nel 1982 bisognava salvare l’Ambrosiano venni convocato di notte, insieme ad altri banchieri, dal governatore Carlo Azeglio Ciampi e dal ministro del Tesoro Beniamino Andreatta. Ci dissero che occorreva rifondare la banca e che il presidente sarebbe stato Bazoli. Io non lo conoscevo. Andai a Brescia per incontrarlo e quando mi venne a prendere a bordo di una Fiat 500 cominciai a capire che tipo era. Scrissi a Bettino Craxi un appunto in cui lo informai che Bazoli rispondeva solo a due persone: al Papa e all’arcivescovo di Milano.

L’Ulivo si può rifare?
Sì, sono stato io stesso a suggerirlo a Romano Prodi

Dove ha sbagliato Renzi?
Di lui non sopporto l’alterigia, l’impudenza, il dire “io, io, io” urtando così milioni di persone. Come quando dichiarò che per sistemare il sistema bancario bisognerebbe licenziare 150 mila bancari…

Tra Massimo D’Alema e Pier Luigi Bersani chi salva?
Bersani, senza dubbio.

Un nuovo leader della sinistra?
Per simpatia direi Bersani. Oppure Enrico Letta.

Nella sua carriera di politico ne ha viste tante. Ma forse niente di simile ai Cinquestelle…
Già, sono strani. Non riesco a inquadrarli, non capisco se sono di sinistra o di destra. Alla consegna del Premio Cavour la sindaca di Torino Chiara Appendino non è venuta. E dire che c’era Draghi, l’italiano più importante che abbiamo al mondo. Ripeto: sono strani. Però a me fa più paura uno come Matteo Salvini.

Giusto dedicare una via a Bettino Craxi?
Craxi mi ha sempre rispettato. E quando seppi della sua morte piansi. Però, dopo il suo bellissimo discorso alla Camera sul finanziamento della politica nel 1992, in piena Tangentopoli, avrebbe dovuto dimettersi. Ecco, così si sarebbe meritato non un via, ma una piazza. Non è andata così. Peccato, era un uomo di grande passione, a differenza di quelli di oggi, quelli come Renzi.

I movimenti anti-Europa e populisti ripetono che il grande nemico da sconfiggere è la finanza internazionale. Esagerano?
In effetti la finanza internazionale è diventata un centro di potere autonomo con al cuore le banche americane, seguite da quelle inglesi, svizzere, tedesche come la Deutsche Bank. Un potere enorme, per il quale però hanno anche pagato un prezzo altissimo con la crisi del 2008. Un sistema pericolosamente pieno di derivati e titoli tossici.

La Banca d’Italia ha vigilato bene sul sistema bancario nazionale?
È probabile che ci siano stati degli errori da parte degli uomini della Banca d’Italia. A volte sono un po’ troppo convinti di essere infallibili.

Meglio la Torino degli Agnelli o quella degli Elkann?
Sono affezionato alla Torino degli Agnelli. Forse perché ho conosciuto Gianni e ho subito il suo fascino, Mi ricordo quando alla Bnl creammo un prestigioso Advisory board e Agnelli mi chiamò per raccomandarmi, con il suo tono elegante e la erre moscia, una persona da inserire in questo organismo. Gli chiesi chi fosse e l’Avvocato con nonchalance mi rispose: “Henry Kissinger. Sa, è anche juventino”.

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