Hero, ecco l'azienda che guadagna milioni con i rifugiati

In Svezia e Norvegia l’ospitalità ai profughi sta diventando un ricco business

Rifugiati

– Credits: iStock

Stefania Medetti

-

Per i due fratelli svedesi Kristian e Roger Adolfens, i migranti sono una fonte di ricchezza. Gli Adolfsen, infatti, gestiscono Hero Norway, un’azienda a cui fanno capo 32 campi profughi. E’ stato lo scorso anno, con un’acquisizione da 22 milioni di dollari, che Adolfsen Group è entrato nel "business dei rifugiati", forte di un’esperienza trentennale maturata nel campo dell’ospitalità. L’azienda, infatti, è un colosso da 800 milioni di dollari che gestisce asili, case di riposo, hotel, appartamenti ammobiliati, resort sciistici e navi da crociera. All’inizio, racconta Bloomberg, i fratelli Adolfsen avevano pensato di operare in Svezia, ma quando la vicina Norvegia – un Paese da cinque milioni di abitanti che, lo scorso anno, ha accolto oltre 35mila profughi dalla Siria, il doppio rispetto agli anni precedenti -, i due hanno capito che era una destinazione migliore per i loro affari. Il Norwegian Directorate of Immigration, l’agenzia governativa preposta all’accoglienza, non è in grado di gestire autonomamente l’emergenza e, dunque, si è rivolto ai privati che, adesso, si occupano del 90% dei rifugiati ospitati dal Paese.

Gli Adolfsen sono due imprenditori che si sono fatti da soli. Il padre, dipendente del centro spaziale di Andoya, aveva una seconda attività come rivenditore e riparatore di televisioni e, successivamente, ha aperto un piccolo hotel. I figli hanno dimostrato sin da piccoli una grande propensione al business: Kristian, all’età di cinque anni, vendeva il giornale locale, a sette anni è entrato nella produzione di lingue di merluzzo, una specialità svedese. Una volta cresciuti, si sono fatti le ossa con una società di consegna a domicilio e, negli anni Settanta, hanno iniziato a vendere televisori nel negozio del padre da cui hanno rilevato l’hotel, una mossa che gli ha permesso di entrare nel settore dell’ospitality. Da qui, infatti, ha preso il via Norlandia Hotel Group che oggi gestisce una trentina di hotel, fra la Norvegia e la Svezia, molti dei quali sotto l’insegna Best Western.

I due svedesi, in realtà, non sono gli unici player del settore. La norvegese Link, per esempio, gestisce 14 campi profughi che, nel 2014, le sono valsi un profitto da 1,15 milioni di dollari. Secondo i critici, il risultato è stato ottenuto tagliando la qualità dei servizi offerti ai rifugiati, come cura dei bambini, aiuto domestico, supervisione delle persone con disabilità, ma il punto è che gli stati e l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati non possono fare a meno del supporto di imprenditori privati. Per questa ragione, c’è chi propone di mettere un tetto del 3% ai profitti di queste imprese.

In linea con lo stile svedese, gli Adolfsen cercano di non attirarsi troppe critiche e dichiarano che il profitto di Hero Norway si aggira sul 3,5%. I proprietari, inoltre, conducono una vita morigerata, lavorano 70 ore a settimana e assicurano di percepire un compenso di poco superiore a 200mila euro l’anno. Intanto, guardano avanti: per il prossimo anno, per esempio, hanno in programma l’apertura di 5-10 centri di accoglienza in Svezia che, con le 160 mila persone arrivate lo scorso anno, vanta il più alto numero pro capite di rifugiati d’Europa. Il Paese, nonostante i 40 incendi dolori registrati nei centri di accoglienza nel 2015, ha annunciato un aumento dell’investimento per l’inserimento dei rifugiati del 30% per il 2016.

© Riproduzione Riservata

Leggi anche

Rifugiati, così la tecnologia può fare la differenza

Dal servizio che permette ai profughi di comunicare la loro posizione alla app per le cartelle cliniche. Gli scenari discussi durante «TechFugees Italy»

Commenti