Giuseppe Mussari, l'ex combattente

Luigi Marino, ex presidente di Confcooperative oggi candidato con Scelta Civica, dice la sua sullo scandalo Mps. E del principale indagato racconta che...

Giuseppe Mussari, il principale indagato nella vicenda Mps di cui è stato presidente (Credits: ANSA)

Gianluca Ferraris

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L’errore di Mps? “Si è barcamenata troppo a lungo tra il localismo e le ambizioni da grande banca, e quando le seconde hanno avuto la meglio il salto dimensionale non è riuscito”. Giuseppe Mussari? “Un amico, una persona corretta e disponibile: ha fatto molto per un sistema che ora lo scarica”. La governance degli istituti di credito? “Un nodo che deve essere sciolto dal mercato, non dalla politica”. Sullo scandalo senese quello di Luigi Marino è un punto di vista da non sottovalutare.

Marino, 65 anni, è l’ex presidente di Confcooperative, carica che ha lasciato all’inizio dell’anno per candidarsi con Scelta Civica (di cui è capolista al Senato in Emilia). Ma è stato anche al vertice dell’Adc, l’alleanza che riunisce coop “bianche” e “rosse”, e ha seduto nei consigli d’amministrazione di Carimonte, Banca del Monte e Locat-Unicredit. Il rapporto tra finanza, politica e territorio, insomma, lo mastica da vent’anni. Ma soprattutto con Mussari e l’Abi ha condiviso fino a poche settimane fa centinaia di convegni, tavoli tecnici, trattative complesse come quella sulla moratoria dei mutui alle imprese. «E quando passi anni insieme in trincea, imparando a riconoscere il valore di chi ti affianca, alla fine è inevitabile che nascano stima e amicizia».

Ha avuto modo di sentire il suo amico Mussari in questi giorni?
Certo, l’ho chiamato per sentire come se la passava, mica si abbandona la gente in questo modo.

E come l’ha trovato?
Via, non mi faccia dire... Lui è sempre stato un tipo così combattivo...

Sta dicendo che ora non lo è più?
Non voglio dire bugie, quindi preferisco non dire nulla.

Suona come un “no”.
Diciamo che l’ho trovato comunque molto dignitoso. E non penso sia facile mantenere la dignità quando ci si trova in una situazione del genere.

Lei che idea si è fatto della vicenda di Mps? Davvero tutta colpa di Mussari e di pochi altri manager dell’area finanza?
Vorrei scindere la mia risposta in due parti.

La prima.
Non so nulla dell’inchiesta in corso e tantomeno intendo voglio commentarla: spetterà alla magistratura ed eventualmente ai diversi organi di vigilanza stabilire di chi sono e quale entità abbiano le colpe.

La seconda.
Il Giuseppe Mussari che ho conosciuto io non è quel genio del male che ritrovo nei titoli dei giornali. È un uomo intelligente, cordiale, con il quale negli anni è nata una stima reciproca. Una persona corretta, disponibile, nel suo dinamismo anche molto comprensiva delle posizioni altrui.

A Siena e dintorni sembrano essere rimasti in pochi a pensarla così...
Quello di prendere le distanze dall’ex potente oggi in difficoltà è un italico vizio, purtroppo. Immagino che sia andata così anche stavolta, anche se pensavo che la realtà di Siena fosse meno cinica. Se non altro per il lustro che la banca, di cui Mussari è stato dominus per un decennio, ha dato al territorio e alle istituzioni.

Non pensa che questi legami ambigui siano proprio una delle cause di ciò che è successo?
Difficile dirlo, perchè Mps, anche all’interno di un panorama bancario disomogeneo come quello italiano, è sempre stata una realtà a sè. Qualcuno potrebbe vederlo come una virtù, qualcun altro come un limite.

Per lei è una virtù o un limite?
Io conosco bene l’universo delle Banche di credito cooperativo, per le quali l’identità territoriale e il connubio con l’economia reale sono tutto o quasi. Anche Mps si è sempre rifatta in qualche modo a questo modello: la senesità, il supporto alle imprese e alle famiglie locali, una certa gestione del brand. Ma...

Ma?
Ma le sue dimensioni erano diverse e, soprattutto in una fase turbolenta come questa, imponevano la necessità di tentare un salto di qualità per non rimanere a metà del guado.

E il salto di qualità, cioè l'operazione Antonveneta, non è riuscito troppo bene.
Evidentemente no. Crescere non è mai facile, ma proprio per questo bisognerebbe farlo con strategie più definite, come accade nelle aziende.

Per molti candidati, anche del suo movimento, questo scandalo è la pietra tombale su un certo intreccio tra banche e politica che ha al centro l’attività delle Fondazioni. Secondo lei il prossimo parlamento dovrà occuparsi di disciplinare meglio questa attività dal punto di vista legislativo?
Io credo che alle Fondazioni vadano riconosciuti meriti enormi per quello che hanno saputo dare al sistema negli ultimi anni, anche in termini di stabilità. A mio parere danno il meglio di sè quando sono molte e rappresentano una pluralità di interessi, come è accaduto in Intesa e Unicredit dopo i diversi processi di fusione. Mentre quando dispongono della maggioranza assoluta o relativa i rischi di malfunzionamento possono sempre verificarsi. Ma i processi di diluizione devono arrivare dal mercato: non impegnerei la politica in questo, almeno non prioritariamente.

La politica fuori dalle banche e le banche fuori dalla politica, dunque?
Io negli ultimi vent’anni, a parte qualche caso limite, non ho assistito a una così grossa ingerenza della politica nelle attività degli istituti di credito.

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