Io e l’Avvocato Gianni Agnelli

Jas Gawronski ricorda la lunga amicizia con l'Avvocato. E rivela che gli disse: "Se avessi potuto, non avrei investito a Torino. E certo non nell’auto"

Sergio Luciano

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Per molti, soprattutto all’estero, Gianni Agnelli è stato per decenni il simbolo dell’Italia migliore. Oggi non se ne parla quasi più. Rimane solo il dispiacere che non sia più fra noi»: sono passati 10 anni dalla scomparsa dell’Avvocato e Jas Gawronski, giornalista e scrittore, già senatore ed europarlamentare, oggi consigliere d’amministrazione della Stampa e presidente della Quadriennale, ma soprattutto amico personale per cinquant’anni del presidente della Fiat, non rifiuta di ricordarlo ancora una volta. Perché Gawronski fu di Agnelli amico vero, cioè disinteressato. Forse uno dei pochi.

L’Avvocato e l’Italia: un rapporto forte, importante...
Per Torino e per l’Italia, direi nell’ordine. Il legame per la città e la nazione gli ha certamente suggerito decisioni manageriali che considerava contrarie all’interesse suo e della famiglia. «Se avessi potuto scegliere non avrei investito a Torino, in Italia, e certo non nell’auto» mi disse una volta.

Le parlava del futuro della Fiat?
Mi parlava spesso di quel che sarebbe accaduto dopo la sua scomparsa, dal punto di vista pratico, di quello che sarebbe successo del suo impero. E tutti i suoi ragionamenti e decisioni erano rivolti a evitare, prevenire la lite in famiglia, che lui paventava e temeva come ineluttabile, come poi è effettivamente successo.

Avrebbe apprezzato le scelte di Sergio Marchionne?
Direi di sì, visto che ha salvato quella che era la sua azienda. Comunque, quando parlava della Fiat o della Stampa, non criticava mai i suoi uomini, anche se ci poteva essere una ragione per farlo. Salvo scherzare su di loro. Era per esempio attratto dalla spregiudicatezza di Cesare Romiti e lo trovava spiritoso.

Come viveva la sua vecchiaia?
Ne parlava volentieri, in termini scherzosi, aveva letto molto sull’argomento, i testi di pensatori antichi e moderni, ma ironizzava sui vari De senectute, da Cicerone a Norberto Bobbio, che cercavano di fare emergere i vantaggi della terza età. «Macché vantaggi» diceva «è solo una malattia inevitabile».

Difetti?
Un certo cinismo: se uno non gli andava più a genio, sapeva liberarsene bruscamente, anche se erano stati amici. Mania della puntualità. E non gli piaceva essere criticato dai giornali: su questo aspetto era stato certamente viziato.

E pregi?
L’eclettismo, la curiosità, il senso delle istituzioni. L’eccentricità elevata a qualità. La sincerità: considerava indegno qualsiasi camuffamento, sotterfugio, falsità, disprezzava i bugiardi più di ogni altro.

Che idea aveva della morte, ne parlava?
Ne parlava poco, salvo auspicarne una molto diversa da quella che poi ha avuto, di colpo, magari anche in un incidente. Ma il suo ottimismo lo sorresse fino alla fine: ancora poche settimane prima di morire faceva progetti per il futuro. Credo non si sia reso conto che la morte gli era già così vicina. Anche perché evitava sempre i finali, delle partite come dei libri o dei film, per lui non doveva finire un’emozione. Solo all’ultimo ha accettato l’idea della morte, ma forse soltanto perché era l’ultima curiosità che non aveva ancora saziato.

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