Il ritorno delle fusioni tra grandi gruppi industriali

Da Fox che vuole Time Warner alle voci su Fiat-Vw: cresce la febbre delle acquisizioni. Ma grande non è bello, è necessario

Sergio Marchionne, ad FCA – Credits: GettyImages

di Andrea Giuricin, fellow Istituto Bruno Leoni

Grande è bello? Questa semplice domanda è tornata di moda nell’ultimo periodo, dato che le fusioni tra le aziende sono cresciute del 75 per cento in valore rispetto allo scorso anno. Negli ultimi giorni, tra sussurri e offerte pubbliche, la tendenza di completare aggregazioni tra colossi sembra essere confermata. Prima è balzato agli onori della cronaca il tentativo di scalata da parte di 21st Century Fox, il colosso dei media e delle produzioni di Hollywood controllato da Rupert Murdoch, che ha offerto 80 miliardi di dollari per prendersi Time Warner. Successivamente si sono sparse sui mercati le voci, subito smentite, su un possibile accordo tra Fiat e Volkswagen, per creare il primo gruppo automotive mondiale.

Cosa sta succedendo? Indubbiamente, nonostante tutte le resistenze, il mondo sta diventando sempre più globale e competitivo. A volte è lo sviluppo della tecnologia che modifica il mercato stesso. Basti pensare alle telecomunicazioni: Amazon produce ormai smartphone e serie televisive e il colosso americano At&t ha conquistato il primo operatore via satellite negli Stati Uniti, Direct Tv.

Il mercato unico digitale sta diventando una realtà ed è la ragione per la quale gli operatori sono sempre più grandi e sempre più globali. C’è una forte concorrenza orizzontale, in termini geografici, e una competizione verticale nel settore, dove chi produce contenuti diventa un competitor diretto di chi trasmette dati, le classiche Telecom, o addirittura concorrente di servizi di e-commerce. È chiaro che in un mercato che diventa sempre più ampio è necessario avere dimensioni sempre maggiori e con una diversificazione molto spinta. Al tempo stesso i regolatori devono comprendere e agire al fine di favorire la nascita di questi colossi.

In Europa troppo spesso la Commissione europea ha mostrato timidezza in questo senso, bloccando le fusioni tra operatori. Un altro esempio, sempre nel settore tecnologico, deriva dall’acquisto di Nokia Devices da parte di Microsoft. In questo caso il gigante del software americano ha deciso di entrare nella produzione di smartphone per cercare di non perdere terreno nei confronti dei suoi maggiori competitor.

La fusione ha provocato un taglio di 18 mila posti di lavoro. Le economie di scala che nascono dalle fusioni portano inevitabilmente a una razionalizzazione delle attività per aumentare la competitività aziendale. Quasi fosse un processo di distruzione creativa, ma con conseguenze non certo facili da sopportare a livello sociale.

Tuttavia è quasi inevitabile questo processo di distruzione e nel medio periodo le aziende saranno sempre più efficienti e creeranno nuovi posti di lavoro. L’onda tecnologica mostra proprio come si stiano creando nuovi posti di lavoro ad alto valore aggiunto nel mercato unico digitale. Le start-up nascono e crescono veloci, soprattutto negli Stati Uniti, dove la legislazione tende a essere maggiormente favorevole al business. Nei paesi europei e in particolare in Italia, invece, il fisco oppressivo e una burocrazia eccessiva tendono a bloccare il processo creativo. Le fusioni sono dunque necessarie nei mercati sempre più grandi e sempre più globali. Un altro esempio deriva appunto dal mondo dell’automobile dove il primo produttore mondiale ha poco più del 10 per cento del mercato, mostrando una grande possibilità di integrazione futura.

Se non vedrà il matrimonio Fiat-Volkswagen, molto probabilmente nei prossimi anni il settore andrà comunque in direzione di case automobilistiche sempre più globali. Per potere competere è necessario avere una presenza nei paesi maturi e in quelli in via di sviluppo. Il primo mercato automotive è quello cinese e quasi il 50 per cento delle vendite sono effettuate in Asia.

Gli stessi produttori cinesi stanno crescendo e aziende che producono meno di 6 milioni di veicoli avranno difficoltà a resistere da sole. Essere grandi quindi non è una questione di estetica, quanto una necessità per potere sopravvivere di fronte alla crescita di gruppi asiatici e per potere competere in mercati sempre più complessi e grandi.

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