Fiat-Chrysler, ecco perché Marchionne vuole la fusione e non la Borsa

Il pericolo è la perdita di valore di Fiat Auto. Ma il nodo (come sempre) sono i soldi

L'ad di Fiat-Chrysler Sergio Marchionne (Credits: Bill Pugliano/Getty Images)

Marco Cobianchi

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Dall’altra parte dell’oceano l’ultima dichiarazione di Sergio Marchionne ha suscitato nessuno stupore. Semmai è stata considerata l’ennesimo modo di fare pressing sui soci riluttanti della Chrysler. Il numero uno del gruppo di Torino, infatti, ha ribadito che tra Fiat e Chrysler "è meglio la fusione dell’Ipo", cioè della quotazione in borsa. Non è una novità, ma riporta l’attenzione sulla delicatissima partita che Marchionne sta giocando sul filo delle dichiarazioni. Vediamo perchè, con la premessa che Veba è un trust controllato dal sindacato dei lavoratori del settore automobilistico americano e che vuole monetizzare, possibilmente entro marzo, la sua partecipazione della casa americana.

Attualmente Torino detiene il 33% di Fiat Holding che a sua volta detiene il 66% di Fiat Auto la quale ha il 58,5% di Chrysler mentre la quota restante, il 41,5%, è proprio di Veba con il quale è in corso un contenzioso di cui parleremo tra poco. La fusione tra Fiat Auto e Chrysler della quale parla Marchionne, in seguito all’acquisto da parte di Fiat di quel 41,5% di Veba, farebbe risultare gli Agnelli proprietari del 33% di Fiat Holding e, attraverso di essa, del 100% di Fiat-Chrysler.

Il problema ruota tutto attorno alla causa che la Fiat ha in piedi con la Veba. Di quel 41,5%, infatti, il 3,3% sarebbe già potuto essere nelle mani di Fiat, ma non lo è. Il motivo è una clausola del complicatissimo ("oltre le capacità umane di comprenderlo", dice chi lo ha visto) contratto che la Fiat firmò all’epoca dell’acquisto della casa automobilistica americana.

In quesl contratto c’è scritto che i parametri economici di valutazione del valore di quel 3,3% vengono stabiliti sulla base dei risultati di Fiat Usa. Se fosse così quel 3,3% varrebbe 340 milioni di euro. Un’enormità. La Fiat, nella causa in corso negli Usa, sostiene, invece, che deve essere presa a rifermimento non Fiat Usa, ma Fiat Spa e, in questo modo, a Veba andrebbero solo (si fa per dire) 140 milioni, cioè 200 in meno. Se si moltiplicano questi valori per tutta la quota in mano a Veba, si scopre che in ballo c’è circa 1 miliardo di euro. Che Fiat, ovviamente, vuole risparmiare.

A decidere quale sia il "vero" valore della quota di Chrysler in mano ai sindacati sarà un tribunale, ma il rischio, se i due contendenti non dovessero trovare un accordo prima, è che Veba decida autonomamente di lanciare l’Ipo, cioè potrebbe decidere di vendere per intero la sua quota in Chrysler sul mercato incassando, così, il valore di mercato della società e poi investire altrove. In questo modo Marchionne si troverebbe con il 58,5% di una società automobilistica quotata, la Chrysler, controllata a sua volta da un’altra società automobilistica quotata, cioè la Fiat Auto.

E qui è il cuore del problema: Marchionne non vuole quotare l’agglomerato Fiat-Chrysler perchè non ha senso quotare una società automobilistica controllata da un’altra società automobilistica visto che la prima subirebbe quello che in gergo tecnico viene chiamato holding discount. Cioè, in altre parole, varrebbe meno. Ma per evitarlo, deve comprare la quota di Veba, fondere le due società e, magari, aspettare tempi migliori. Ma servono soldi.

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